E S T R A N E I T A’

7760Del tutto inaspettato, a volte affiora in noi un sentimento incomprensibile di estraneità, a cui si accompagna poi un senso di smarrimento.  Ci sembra di aver perduto la percezione, viva, immediata, di quei riferimenti familiari, che ci appaiono essenziali nel nostro procedere quotidiano. Riferimenti a persone soprattutto, ma anche a certezze e valori che, più o meno consciamente, costituiscono presenze rassicuranti nel nostro cammino.

Paradossalmente accade che questo disagio ci sorprende, più di frequente, quando ci troviamo in compagnia, e giunge quindi più imprevedibile. Ci interroghiamo se possa essere proprio il trovarsi in compagnia, che sospinge ad avvertire questa percezione, unita a un vissuto di solitudine.

Si intuisce allora che un’estraneità, in qualche forma, ci abita dentro, e non è da noi riconosciuta. E’ un’estraneità da noi rifuggita, uno straniero che da sempre dimora dentro di noi.

Siamo soliti lamentarci, e non senza ragioni, di vivere non di rado relazioni umane precarie, in cui non si percepisce reciproca condivisione, partecipazione, ascolto.  Non è raro infatti, sperimentare incontri in cui si rivela carenza di dialogo, in cui non ci si sente persone che realmente ricercano di comunicare per comprendersi.  Alla fine si è un po’ come abitanti di mondi lontani, rassegnati a rimanere prigionieri ciascuno della propria solitudine, dolorosamente indifferenti l’uno all’altro.

Certamente siamo immersi in un contesto umano estremamente frammentato, suddiviso in molteplici settori, dove sembra di muoversi in una miriade di interessi e competenze diverse, come abitanti di tessere di un mosaico, non partecipi del disegno complessivo.  Si reagisce spesso cercando contaminazioni senza reale comunicazione, senza un linguaggio di intesa.  E forse viviamo troppo passivamente questi confini, diventando succubi cittadini di habitat chiusi e circoscritti. Se da un lato questo ci rassicura, dall’altro ci imprigiona, e contribuisce ad alimentare relazioni difficili e deludenti, insinuando un senso di estraneità nei nostri incontri.

Per di più, è sentire comune di temere la solitudine materiale. L’assenza di persone intorno, nell’affrontare una giornata, viene vissuta come una sorta di handicap a cui rimediare al più presto. Per attenuare questo disagio, è naturale, cerchiamo contatti con i familiari, con le nostre usuali amicizie, e in genere con i nostri affetti più prossimi con cui condividere pensieri e consuetudini, convinti che se siamo collegati con persone conosciute non ci sentiremo soli.

Ma ragioniamo stando ai fatti più immediati, senza vivere tuttavia una reale convinzione. Infatti, così facendo, rischiamo di assecondare altri confini, tra le persone familiari, amiche e conosciute, e le altre sconosciute, tra le nostre convinzioni rassicuranti e quelle che appartengono agli altri, tra lo stare soli e lo stare in compagnia. Rischiamo di incorniciare diversi mondi di vita, per garantire un nostro habitat familiare, da cui resta fuori un mondo che ci è estraneo.

Conviene ricordare che la scienza, in particolare nei primi decenni del Novecento, ha vissuto l’urgenza di stabilire dei confini chiari e definiti,  per circoscrivere ciò che è scientifico da ciò che non lo è. Tracciando una recinzione che garantisse la sua purezza, si pensava  di immunizzarla da ciò che le è estraneo e che avrebbe potuto infiltrarsi. Ma grandissimi scienziati, come ad esempio i fisici Einstein e Planck, hanno avversato duramente questa concezione, giudicandola mortificante e illusoria. Una scienza chiusa e circoscritta, che si ritiene autosufficiente, sarebbe una realtà statica e senza vita. La scienza all’opposto, in quanto attività dinamica in continua crescita, vive a confini aperti, comunicando con tutta la realtà culturale dell’uomo, dialogando con la storia dell’uomo.

Forse non molto dissimile sembra quanto accade in una relazione tra persone. Se si cerca di circoscrivere un habitat familiare evitando la fatica di confrontarsi con gli sconosciuti, si generano   relazioni che appassiscono e deludono, relazioni che non riconoscono che anche dentro di noi, inevitabile, c’è l’esistenza dello straniero: “L’uomo, scopritore di tanti misteri della natura, deve essere incessantemente riscoperto” (Karol Wojtyla).

Non è la solitudine materiale che ci fa percepire isolati, né la sola compagnia di persone familiari è sufficiente a farci percepire uniti agli altri. Non sono sufficienti i soli affetti, anche i più preziosi, ad aprirci la strada, occorre un atteggiamento di ricerca della prossimità con l’uomo, ovunque esso sia, per dialogare con lo straniero che è dentro di noi, e superare la percezione di isolamento.

Isolamento allora, è non sapere aprirsi a un incontro senza confini, è non cercare l’incontro con l’uomo che sta nell’altro, intorno a noi, lontano da noi, dentro di noi, nel mondo. E lontano e vicino allora si confondono indistinguibili.

Ogni relazione autentica è un cammino che si muove tra conosciuto e sconosciuto, in cui parole e silenzio, solitudine e compagnia, incontro con l’altro e incontro con se stessi, sono inestricabilmente legati.

Anche la nostra religiosità può rischiare di adagiarsi in confini definiti, statici, in pratiche astratte e senza vita che la rassicurano. Può rischiare di non sapere interrogarsi e dialogare con se stessa, di non sapere cercare l’incontro con chi non ci è familiare, con coloro che non sono dei “nostri”. Può essere una religiosità ristretta che non sa aprirsi alla prossimità con l’uomo ovunque esso si trovi.

Il vero incontro ci mette in relazione con l’uomo, e ci chiama ovunque.

Quell’uomo che attende sempre oltre i nostri confini.

 

Paolo Campogalliani

 

 

QUELLO CHE CONTA È INSEGNARE BENE

Il 6 dicembre scorso è stato pubblicato il rapporto PISA 2015, un importante strumento maggiesmithminervamcgranittstatistico per valutare comparativamente i sistemi educativi nel mondo. Sono stati sottoposti a test di scienze, matematica e lettura più di 500mila ragazzi di 15 anni, un campione che dovrebbe essere rappresentativo di quasi 30 milioni di studenti. I risultati sono senz’altro discutibili, come quelli di ogni indagine empirica, ma la base di dati è talmente ampia che non possono non essere presi in considerazione da chi riflette sulla scuola e la formazione.

Il paese con i risultati migliori del mondo è Singapore, mentre la Finlandia, l’Estonia e il Canada sono fra i primi. C’è un gruppo intermedio, che comprende alcuni paesi asiatici, Germania, Inghilterra e Olanda e poi intorno al 30esimo posto arriva l’Italia, assieme a Israele, Croazia e Ungheria.

In generale la situazione resta abbastanza simile a quella rilevata nel 2006.

Un dato molto importante riguarda le differenze di genere, dove risulta che la distanza media fra ragazzi e ragazze in scienze e matematica si accorcia, anche se al livello top i ragazzi continuano a superare le ragazze, tranne che in Finlandia. Le ragazze, invece, fanno meglio dei ragazzi nella lettura, ma anche qui la distanza diminuisce. Il report conclude significativamente che le differenze di genere negli esiti sono con ogni probabilità dovute all’educazione e non iscritte nei geni.

Risultati migliori dipendono dal numero di ore regolari spese nella formazione regolare e nella qualità dell’insegnamento, cioè nella capacità di adattare la presentazione delle idee scientifiche al tipo di studenti. Non sembra invece particolarmente significativa la qualità dei laboratori, la qualificazione dei docenti e le ore spese nel doposcuola. A parità di provenienza economica della famiglia, gli studenti nelle scuole private hanno risultati peggiori che nelle scuole pubbliche. Più tardi negli anni i ragazzi vengono indirizzati verso scuole specifiche e più la formazione è equa. Le classi con meno studenti consentono un insegnamento che si adatta meglio alle esigenze dei singoli.

In generale spendere più di 50mila dollari per formare uno studente dai 6 ai 15 anni non migliora ulteriormente la loro preparazione. L’Italia destina già 87.000 dollari. Tuttavia allocare più risorse per le scuole frequentate da studenti socio-economicamente svantaggiati migliora notevolmente il loro livello. Il decentramento delle responsabilità nella scuola favorisce la qualità della formazione.

L’Italia raggiunge un livello sotto la media OCSE (il gruppo dei paesi più sviluppati del mondo) sia nelle scienze che nella lettura; ha invece quasi uguagliato la media OCSE in matematica, con un miglioramento costante dal 2003 a oggi. Il divario di genere in Italia è particolarmente accentuato, mentre l’effetto degli svantaggi socio-economici risulta più attenuato che in altri paesi. La differenza fra il Nord e il Sud è molto pronunciata: Bolzano ha punteggi al livello di Regno Unito e Germania, mentre la Campania è come Cipro, Albania e Grecia.

L’Italia spende come nella media OCSE, ma negli ultimi anni ha diminuito (in termini reali) il budget per la formazione dell’11%, mentre in media nell’OCSE la spesa è aumentata del 19%.

Infine in Italia gli studenti passerebbero in media 29 ore a scuola più 21 ore facendo i compiti, per un totale di 50 ore. La Finlandia (36 ore), la Germania (36 ore) ottengono però risultati molto migliori!

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UNA VISIONE DISTORTA DELLA REALTA’

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Tutti i grandi razionalisti, a partire almeno da Platone, attribuiscono scarso valore cognitivo alla percezione. Ad esempio Descartes è esplicito nell’affermare che i sensi dicono che cosa è utile e che cosa è nocivo, ma non come stanno effettivamente le cose. Del resto Kant distingue nettamente fra il mondo percepito, di cui si occupano le scienze empiriche e la realtà in sé, che può solo essere pensata dalla ragione. Ed è impossibile risalire al noumeno tramite lo studio dei fenomeni, poiché essi sono inquadrati dalle intuizioni a priori, dalle categorie e dagli schemi del soggetto conoscente. Nell’idealismo critico di fatto noi ci limitiamo a ritrovare nei fenomeni le strutture che noi stessi abbiamo loro imposto. Questo ha portato alla cosiddetta teoria della percezione come “segno”, proposta dal grande scienziato e filosofo Helmholtz. Secondo questo punto di vista non sussiste alcuna forma di somiglianza fra il mondo come è e il mondo come lo percepiamo. Quest’ultimo è cioè solo un segno del primo.

Tale impostazione si concilia bene con quella che oggi è la teoria più ragionevole e più accettata della percezione, cioè il rappresentazionalismo. Secondo questa prospettiva, infatti, benché sussista un’interazione causale fra lo stimolo fisico e la rappresentazione dello stimolo che il nostro corpo produce, noi non abbiamo una percezione diretta del mondo esterno, bensì solo un’attività intenzionale di rappresentazione dello stimolo.

Tuttavia la tesi secondo cui non sussiste alcuna somiglianza fra lo stimolo fisico e la sua rappresentazione è seriamente messa in discussione, da un lato, dal nesso causale che lega il primo alla seconda, dall’altro da un comune argomento di natura evoluzionistica. Quest’ultimo può essere formulato grosso modo così: le strutture che non sono state in grado di rappresentarsi in modo almeno in parte veritiero la realtà esterna hanno in media una fitness minore di quelle che invece lo sanno fare; perciò l’uomo, che si trova al termine di una selezione che dura da più di 4 miliardi di anni, non solo è in nesso causale tramite la percezione con il mondo esterno, ma le rappresentazioni che produce di quest’ultimo sono almeno in parte veridiche.

In una prospettiva fortemente razionalista, che ha spesso informato di sé la filosofia, e che anche oggi è molto diffusa, il problema della veridicità delle percezioni è abbastanza secondario. La conoscenza umana non sarebbe legata in modo particolare all’affidabilità delle percezioni, che svolgerebbero un ruolo secondario nella conoscenza, sia metafisica che scientifica. Per contro, per chi è almeno in parte affidabilista, cioè per colui che ritiene che la nozione di conoscenza non possa essere definita in sede normativa se non tenendo conto, almeno in parte, degli effettivi processi affidabili che psicologicamente accadono alle persone, l’argomento evoluzionistico è importante, cioè è un tassello per costruire una ragionevole epistemologia empirista.

Recentemente un brillante scienziato cognitivo americano che lavora al MIT, Donald Hoffman, ha prodotto interessanti argomenti contro la tesi secondo cui l’evoluzione favorirebbe una rappresentazione almeno in parte veridica della realtà. Egli mostra, infatti, che fra diverse strategie percettive, tendenzialmente quelle più veridiche sono perdenti dal punto di vista della teoria dei giochi, rispetto a quelle più utili per la fitness. Secondo Hoffman la percezione umana è una sorta di “interfaccia”, come l’icona di un file sul nostro desktop, che indica un certo file, senza darci informazioni veridiche su di esso, poiché la sua posizione sul desktop e il suo colore hanno poco a che fare con il file stesso.

Le ragioni per cui le strategie percettive veridiche sarebbero perdenti sono molteplici. In primo luogo, esse producono nella rappresentazione un maggior numero di informazioni sul mondo e per questo sono più costose dal punto di vista della fitness, poiché le energie impiegate per raccogliere le informazioni supplementari potrebbero essere usate per compiti più utili dal punto di vista della fitness. In secondo luogo, non è vincente la rappresentazione della realtà, ma l’informazione sulla fitness di un certo stimolo. Facciamo un esempio. Per un pescecane affamato è meglio incontrare un piccolo tonno che un grande squalo. Immaginiamo una funzione che misura in modo oggettivo la quantità di cibo di un certo territorio. Essa ha però solo 3 valori legati a due soglie di quantità del cibo: diciamo valore 1 per quantità di cibo compresa fra 0 e A, valore 2 per quantità di cibo maggiore di A, ma minore o uguale a B (con B maggiore di A) e valore 3 per quantità di cibo maggiore di B. A questa funzione associamo una certa strategia percettiva, cioè un dato modo di percepire il mondo. Chiamiamo tale strategia “semplice”, poiché essa riporta in modo veridico solo una parte delle relazioni reali. È facile capire che la strategia semplice ha più fitness della strategia “vera”, cioè quella che informerebbe in modo preciso quanto cibo si trova, poiché la strategia vera rallenta i movimenti di un essere vivente che la utilizzasse e sprecherebbe molte energie nel raccogliere informazioni inutilmente dettagliate. Tuttavia il risultato sconvolgente di Hoffman è che la strategia semplice “perde” rispetto alla strategia “interfaccia”, cioè quella che si disinteressa di come sia fatta la realtà, associando a ogni situazione solo la sua utilità per la fitness. Ad esempio, piuttosto che usare 3 valori in scala, come fa la strategia semplice, sarebbe meglio distribuirli su 2 valori: uno corrispondente a poco o troppo cibo e uno corrispondente a una quantità ragionevole di cibo. La rappresentazione interfaccia con soli 2 valori, cioè scarsa utilità e(alta utilità coglie meglio l’utilità della quantità di cibo, non rappresentando di fatto il suo valore oggettivo.

A questo punto la domanda epistemologicamente interessante è: possiamo considerare decisivo l’argomento di Hoffman, che porta acqua al mulino sempre verde dei razionalisti?

Direi che la risposta è “no”! Il modello proposto da Hoffman del rapporto fra percezione, decisione e azione è neurologicamente sbagliato, poiché non prende in considerazione il fatto che la nostra rappresentazione sensoriale della realtà tiene conto intrinsecamente di come possiamo agire per modificare quest’ultima. Ovvero la nostra fitness non dipende solo dall’utilità di una singola situazione effettiva, ma anche dal fatto che dobbiamo rappresentarci adeguatamente quella realtà in modo da muoverci per ottenere la risorsa che aumenta la nostra fitness. La veridicità della nostra rappresentazione non dipende tanto dall’utilità delle singole risorse che troviamo nel nostro ambiente, quanto dal fatto che dobbiamo muoverci in quell’ambiente per ottenerle. E la nostra rappresentazione del mondo “lo sa”, poiché essa si è evoluta non solo per darci informazioni sulla nocività e utilità di ciò che sta nell’ambiente, ma anche per ragguagliarci sulla sua configurazione spaziale e morfologica al fine di rendere possibili spostamenti in esso.

Occorrerebbe rifare i conti di Hoffman e inserire nel gioco fra le diverse strategie oltre al costo del raccogliere informazioni e all’utilità per la fitness della risorsa che si trova nell’ambiente, anche l’utilità di una rappresentazione spaziale e morfologica adeguata, utile per raggiungere la risorsa in questione. E allora, probabilmente, anche se la strategia vera probabilmente continuerebbe a perdere rispetto a quella semplice, quest’ultima probabilmente vincerebbe su quella interfaccia.

 

Riferimenti

D. Hoffman, C Prakash, “Objects of Consciousness”, Frontiers in Psychology, 5 (2014) 1-22.

D. Hoffman, M. Singh, “Computational evolutionary perception”, Perception, 41 (2012) 1073-1091.

T. Mark, B. B. Marion, D. D. Hoffman, “Natural selection and veridical perceptions”, Journal of Theoretical Biology, 266 (2010) 504-515.

Singh, D. D. Hoffman, “Natural selection and shape perception” in Dickinson S., Pizlo Z. (eds.), Shape perception in Human and Computer Vision: An Interdisciplinary Perspective, Springer, New York, 2013, pp….

 

Vincenzo Fano