EPISTEMOLOGIA DEI TERREMOTI

photo_17131_landscape_650x433Vivere l’esperienza di un terremoto segna la vita di una persona. Ricordo bene nel maggio del 1976, avevo 16 anni, ero a Bologna, il terremoto del Friuli che scosse con forza anche il palazzo dove abitavo al sesto piano. Panico, agitazione, senso di insicurezza. Tutti che correvano, mio padre con mia sorella piccola in braccio. E poi per strada si familiarizzava e solidarizzava fra vicini come mai era successo prima. Per fortuna fu solo un po’ di paura, ma poi per mesi a ogni indizio guardavo il lampadario per vedere se dondolasse.

Anche in letteratura il terremoto ha un suo posto. Splendida ad esempio la breve novella di von Kleist, “Terremoto in Cile”, che esprime con chiarezza la contingenza delle faccende umane.

Anche la peste ha colpito per millenni gli uomini, uccidendoli e rendendo tragica la loro vita. Ma oggi per fortuna conosciamo le cause di questa malattia e sappiamo come curarla, per cui nella maggior parte dei paesi del mondo è solo un ricordo del passato. Si pensi alle drammatiche e splendide pagine di Manzoni sulla peste a Milano a metà del Seicento.

Il terremoto, invece, colpisce ancora. Ne conosciamo più o meno le cause, sappiamo più o meno dove è più facile che capiti, ma non possiamo prevedere quando. L’apparizione di un terremoto è un fenomeno caotico, esattamente come il diffondersi di un’epidemia. Che cosa significa? Vuol dire che bastano piccoli e non facilmente osservabili cambiamenti e il fenomeno accade o non accade. Sono le cosiddette “biforcazioni”, o anche esempi del celebre “effetto farfalla”.

Il mondo è pieno di persone che dicono di essere in grado di prevedere anche quando si verificherà un terremoto. Sono dei ciarlatani. La sensazione che essi abbiano ragione deriva da una nostra inclinazione a cercare conferme invece che provare a falsificare. Pincopallo ha detto cento volte che domani ci sarà il terremoto, oppure cento Pincopalli affermano che in un certo giorno ci sarà il terremoto. Facile che almeno uno volta ci prenda. E allora tutti gridano “avete visto; lui è più bravo degli scienziati! Di lui dobbiamo fidarci!”. E ci siamo dimenticati delle altre novantanove volte che aveva sbagliato, oppure degli altri novantanove che avevano fatto previsioni errate.

Tuttavia il fatto che i terremoti non si possano prevedere nel tempo, non significa che non si possa neanche anticiparli nello spazio. Infatti l’Italia si è dotata di una carta della pericolosità sismica che ci dice quale è la probabilità che nel luogo dove abitiamo nell’arco di 50 anni ci sia o meno un terremoto.

L’Italia da questo punto di vista è ben attrezzata. Già Guglielmo Marconi come presidente del CNR istituì nel 1936 l’Istituto nazionale di Geofisica, una delle prime imprese di big science della storia, i cui archivi, per quel che ne so, sono ancora da studiare adeguatamente.

Se ci pensiamo, che cosa ci ha permesso di domare la peste? Soprattutto la prevenzione. E nel caso dei terremoti è esattamente la stessa cosa. Anche se non possiamo prevedere quando ci sarà il terremoto, siccome sappiamo più o meno dove avrà luogo, possiamo attrezzarci in modo che in quei posti le case siano costruite a regola d’arte.

In questo settore purtroppo noi italiani siamo deboli. Case costruite male e senza i necessari controlli. Ma è questa la direzione in cui dobbiamo lavorare.

VF

LA FILOSOFIA NON OFFRE OPPORTUNITA’ LAVORATIVE?

newton-williamblakeMa che cosa ci fai con una laurea in Filosofia? Quali sono le opportunità lavorative che offre questo corso di studi? Che sbocchi professionali puoi avere quando ti laurei? Sono domande che ognuno si pone al momento di iscriversi a una laurea triennale o magistrale.

Dai dati di Almalaurea si vede che la risposta a queste domande non è facile. In Italia ci sono circa 1200 laureati magistrali in Filosofia all’anno e dopo 5 anni solo il 60% lavora, mentre, ad esempio, ci sono circa 900 laureati in Ingegneria elettronica magistrale all’anno e  dopo 5 anni l’87% lavora.

Verrebbe da dire: “Ti sei iscritto a Filosofia o perché non hai voglia di lavorare, oppure perché sei ricco di famiglia!”

Spostiamo la domanda. Che cosa è la filosofia? Sembrerà strano, ma la risposta è semplice: la filosofia è “amore della conoscenza”, come dice la parola stessa. Il filosofo è colui che si alza la mattina e mentre si lava i denti si interroga su come fa il dentifricio a produrre la schiuma in bocca senza avvelenarci, accende lo smartphone e si chiede di che materiale sia lo schermo che non si riga anche se sfrega dappertutto, che mentre aspetta il bus si domanda come funzionano l’algoritmo e l’apparato di comunicazione che producono il numero di minuti di attesa sul cartello elettronico, che sul bus sente parlare una lingua straniera dell’Est e cerca di capire se è rumeno o russo, che salendo le scale dell’edificio che ospita l’università prova a stabilire dallo stile della costruzione in che periodo è stato eretto, che quando vede nell’atrio il busto di Gigi Pincopallo si chiede chi fosse e perché gli hanno dedicato quel monumento. Insomma, avete capito, il filosofo arde di sete di conoscenze, cioè vuole capire.

Bene, stabilito questo, domandiamoci se la sete di conoscenza e l’ampliamento della consapevolezza produce sbocchi lavorativi. La risposta sembra ovviamente affermativa. Oggi qualsiasi lavoro di responsabilità e qualitativamente valido necessita elasticità mentale, padronanza dei diversi linguaggi e saperi, creatività e capacità di apprendere nuove tecniche. Ma come? direbbe lo scettico, io voglio fare il contabile e imparo la contabilità all’università, così ho appreso le competenze specifiche di cui ho bisogno per fare il contabile. Tu filosofo hai imparato di tutto un po’ e quindi non sai fare nulla. Non è così. Il mondo del lavoro oggi cambia rapidmente e quello che hai appreso all’università diventa molto in fretta obsoleto: ovvero sembra inutile inseguire nel processo di formazione le tecniche professionali che poi in pochi mesi acquisirai, invece, sul posto di lavoro.

Ma scusa, incalza lo scettico, stiamo ai dati empirici. Se fosse come dici tu non dovrebbe essere che dopo 5 anni solo il 60% di filosofi lavora mentre ben l’87% degli ingegneri elettronici è occupato! I fatti caro mio ti danno torto.

La risposta è semplice. Studiare filosofia non significa solo leggere i grandi autori del passato, come molti pensano e fanno. Certo, quella è un’ottima palestra, ma il filosofo vive nel presente e deve confrontarsi con le domande di oggi. Per questo egli deve studiare anche a fondo come funziona l’odierna società della tecnica e della comunicazione.; capire cioè come lavora un calcolatore e quali sono le logiche dietro agli algoritmi di google, sapere che cosa è l’informazione e conoscere gli aspetti tecnici della civiltà che ci circonda. Purtroppo spesso viene proposta l’immagine del filosofo come di colui che si lamenta di tutto, della tecnica che dominerebbe l’uomo, dei social che lo rimbambirebbero, delle biotecnologie che lo snaturerebbero, ecc. ecc. In realtà tutte queste cose hanno cambiato e stanno cambiando la nostra vita nel profondo e non ha senso denigrarle per partito preso. Esse ci aiutano in innumerevoli situazioni ed è per questo che sono state sviluppate e si sono diffuse. Il nostro compito è invece quello di comprenderle e di dialogare con loro nella costruzione di senso di un mondo profondamente diverso di generazione in generazione.

La consapevolezza filosofica gioca oggi un ruolo decisivo nelle scelte di policy, nell’organizzazione del lavoro, nella promozione di contenuti culturali e sociali sul web, per citare solo alcuni ambiti. Certo, per formare filosofi che possano giungere a questi sbocchi professionali, occorre che nel loro percorso di studi acquisiscano le competenze giuste: logica, teoria dell’informazione, teoria delle reti, economia comportamentale, teoria delle decisioni, teoria dei giochi ecc.

La filosofia, dunque, non ha solo un grande passato, ma anche un grande futuro davanti a sé.

VF

I LIMITI DEL RELATIVISMO MORALE AD HOMINEM

moral-relativismEsistono molti tipi di relativismo morale. Io mi riferirò ad una delle sue forme più ingenue e problematiche ma anche più diffuse e, secondo molti, intuitive.

Questo tipo di relativismo morale è la tesi per cui la verità e la giustificazione dei giudizi morali non sono assolute, ma relative ad un certo standard stabilito da una persona o da un gruppo di persone.

Secondo questa tesi, quindi, non si può dire in maniera sensata “X è buono in assoluto”. Dirlo, infatti, risulterebbe incomprensibile, perché, secondo i relativisti morali, non si capirebbe a cosa “in assoluto” si riferisce. Si deve aggiungere, per rendere l’enunciato intellegibile: “X è buono secondo questa società X/questa persona X”.

Il relativismo morale è motivato da due fatti empirici:

  • Ogni società ha credenze morali di riferimento. Ad esempio, nella nostra società, l’uomo e la donna hanno dignità morali uguali. Ma questa posizione, naturalmente, sostengono i relativisti, è solo una delle tante. Altre società, ad esempio, potrebbero non condividere questa credenza morale e quindi ritenere l’uomo moralmente più degno della donna o viceversa.
  • Capita che le credenze morali delle diverse società si escludano le une con le altre. Riprendiamo l’esempio di prima. In molte società, l’uomo e la donna sono ritenuti moralmente uguali. Tuttavia, in altre società, questo non avviene. Per esempio, la donna viene considerata moralmente inferiore rispetto all’uomo. Quando due credenze morali sono opposte si verifica un conflitto morale. I conflitti morali come questo, secondo i relativisti, sono razionalmente insolubili a favore dell’una o dell’altra posizione perché è impossibile darne una valutazione assoluta, cioè esterna a certi standard morali di riferimento.

Dunque, siccome non è possibile stabilire la moralità assoluta di alcune tesi che confliggono, è sufficiente sostenere che ognuna di queste tesi è giusta secondo gli standard di chi la sostiene.

Applicando la strategia relativista al problema dello status morale della donna, i relativisti concludono che la parità dell’uomo e della donna è giusta in base ad un certo gruppo sociale e l’inferiorità della donna rispetto all’uomo è giusta in base ad un certo altro gruppo sociale.

Tuttavia, questo relativismo morale ha dei seri problemi ed è una posizione secondo me insostenibile per tre motivi:

  • Secondo il relativismo, non è possibile essere in disaccordo con la società a cui si appartiene. Se le credenze morali di una società sono giuste secondo quella società, i membri di quella società non potranno avere credenze diverse da quelle di riferimento, che per definizione sono giuste.
  • Tutti noi apparteniamo a tantissimi gruppi sociali. Siccome ogni gruppo sociale ha le sue credenze morali di riferimento e tutte sono giuste in base agli standard del gruppo sociale in questione, come facciamo a decidere quali standard morali assumere come giusti? Sarebbe comico rispondere che dobbiamo adeguare le nostre credenze morali al gruppo di cui facciamo parte. Avremmo, direbbe forse Kant, una “moralità variopinta”.
  • Dal fatto che – secondo i relativisti – non si danno giudizi morali impersonali i relativisti concludono che non si possono dare giudizi morali impersonali. Alcuni concludono addirittura che non si devono dare giudizi morali impersonali. Il passaggio indebito da sfera descrittiva a sfera prescrittiva è un grave errore logico. Dal fatto che non parlo sei lingue è impensabile concludere che non posso parlare sei lingue.

 

Bibliografia di riferimento

Boghossian, P., 2011, “Three Kinds of Relativism,” in S.D. Hales (ed.), A Companion to Relativism, Malden, MA: Wiley-Blackwell, 53–69.

Cooper, D., 1978, “Moral Relativism,” Midwest Studies in Philosophy, 3: 97–108.

Gowans, Chris, “Moral Relativism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Winter 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.).

Marino Varricchio

Foot, P., 2002 (1979), “Moral Relativism,” in Foot, Moral Dilemmas and Other Topics in Moral Philosophy, Oxford: Clarendon Press, 20–36.

Kölbel, M., 2004, “Faultless Disagreement,” Proceedings of the Aristotelian Society, 104: 53–73.

Smith, M., 1991, “Realism,” in P. Singer (ed.) A Companion to Ethics, Oxford: Basil Blackwell. 399–410.

Wellman, C., 1975, “Ethical Disagreement and Objective Truth,” American Philosophical Quarterly, 12: 211–21.

 

 

DIMOSTRAZIONE PER ASSURDO E INTUIZIONISMO

2016-03-27_13-49-55La dimostrazione per assurdo è un tipo di ragionamento in cui si assume come vera una certa ipotesi e da essa si deduce una contraddizione che porta ad affermare, per conseguenza logica, come vero il contrario dell’ipotesi iniziale.

In un sistema logico formale la dimostrazione per assurdo si svolge in questo modo: volendo dimostrare A, assumiamo come ipotesi ¬A, nello svolgimento del calcolo giungiamo ad una contraddizione e otteniamo ¬¬A, dunque A.

Questo tipo di ragionamento si basa sull’accettazione del principio del terzo escluso (che esclude l’indeterminatezza del valore di verità di un enunciato), secondo cui “A o non A” è un teorema del sistema; dunque dal punto di vista semantico un enunciato che non è vero, deve essere falso e viceversa, non essendovi una terza possibilità.

La dimostrazione per assurdo è una possibile forma di dimostrazione matematica. Ci sono autori secondo cui il principio del terzo escluso è applicabile: Euclide, ad esempio, lo utilizzò per dimostrare l’infinità dei numeri primi.

Il ragionamento di Euclide è molto noto e semplice: egli suppone per assurdo che i numeri primi siano finiti: esiste dunque un numero Pn che sarà il più grande dei numeri primi (P=1,2,3,5,7… Pn).

Prima di procedere alla dimostrazione di questo teorema, Euclide utilizza un teorema “strumentale” che possiamo spiegare in questo modo: se fattorizziamo un numero (ad esempio 42=2x3x7) ed aggiungiamo 1 a questo numero (42+1=43), deduciamo che, dividendo quest’ultimo numero per ciascuno dei suoi fattori, otteniamo una divisione con resto sempre pari ad 1.

Tornando alla serie P=1,2,3,5,7… Pn se consideriamo il prodotto di tutti i numeri primi e aggiungiamo 1 ad esso otteniamo un certo numero Q.

Secondo il teorema fondamentale dell’aritmetica ci sono due casi: o Q è un numero primo (caso n°1) oppure è ottenuto dal prodotto di numeri primi (caso n°2):

  • Caso n°1. Se Q fosse un numero primo allora, essendo Q > Pn, Pn non sarebbe il più grande dei numeri primi (es. Pn = 7. Allora: 2x3x5x7+1 = 211. 211 è un numero primo, dunque 7 non è il più grande tra i numeri primi);
  • Caso n°2. Se Q non fosse primo avrebbe fattori primi maggiori di Pn. Infatti, come abbiamo precedentemente dimostrato, se dividiamo Q per ciascuno dei suoi fattori otteniamo sempre un risultato con resto 1. Deve esistere, dunque, almeno un altro numero primo che sia maggiore di Pn, ragion per cui di nuovo quest’ultimo non sarebbe il più grande dei numeri primi (es. Pn = 13. Allora 2x3x5x7x11x13+1=30031. Se dividiamo 30031 per ciascuno dei suoi fattori otteniamo di volta in volta una divisione con resto 1. 30031 è dunque fattorizzabile in 59×509 che sono due numeri primi maggiori di 13, percià 13 non è il maggiore tra i numeri primi).

In ogni caso non può esistere un Pn che sia il più grande dei numeri primi, dunque i numeri primi sono infiniti.

Tuttavia, bisogna tener conto dell’esistenza di logiche che non accettano il principio di bivalenza (la versione semantica del terzo escluso), per cui la categorizzazione in vero e falso non avrebbe senso.

Questo avviene in quasi tutti i contesti che non siano strettamente matematici.

Ma non basta. Vi sono infatti alcuni logici matematici, detti intuizionisti, che respingono l’uso della dimostrazione per assurdo, in quanto non accettano come valido universalmente il principio del terzo escluso.

La dimostrazione per assurdo infatti costituisce una delle possibilità di dimostrazione matematica, ma non l’unica. Diversi sono i procedimenti di tipo costruttivo. Secondo tali autori provare l’assurdità della non esistenza di un determinato teorema non è condizione sufficiente per giungere all’affermazione della sua esistenza: bisogna invece arrivare alla costruzione di un esempio effettivo di tale oggetto.

Per gli intuizionisti il principio del terzo escluso non è applicabile quando l’alternativa A V ¬A è affermata relativamente a proposizioni A e ¬A la cui validità non sia deducibile attraverso un procedimento finito, appunto costruibile. E se non vale il terzo escluso non è possibile dedurre a da ¬¬A.

Per gli intuizionisti, infatti, il rifiuto di riconoscere alle entità matematiche la possibilità di un’esistenza fuori dalla nostra mente fa emergere la nozione di costruzione. Poiché non si può evitare completamente il termine “esistere”, quando esso viene impiegato non può avere altro che il senso di “essere costruito dalla ragione”. È chiaro che non utilizzare la dimostrazione per assurdo è una scelta molto limitante. Tuttavia la matematica intuizionista non ha come obiettivo quello di distruggere la matematica classica, bensì di darle delle fondamenta più solide.

Mariangela Del Prete.

MONOLOGO DI UNO ZOPPO

pro-carve_16_9_contentMi chiamo Federico, sono nato nel 2016 e oggi – 2036 – ho 20 anni. Ho una gamba meccanica, perfetta, tecnologicamente straordinaria, collegata al mio sistema nervoso in modo che la posso utilizzare quasi come l’altra. Ho molti dubbi su di essa, però. Ce ne sono due modelli diversi: uno che assomiglia molto a quella vera, ma, a uno sguardo più attento si vede che non è umana e suscita in chi la vede o la tocca una sorpresa piena di ribrezzo. L’altra, invece, è chiaramente non umana. Quale mi conviene scegliere: la gamba onesta e brutta oppure quella disonesta e decente? Non so, io sono un tipo diretto. Se fossi cieco non vorrei essere chiamato “non vedente”, ma appunto “cieco”. “Diversamente abile”? Macché. Vorrei avere una gamba normale come quella di tutti i miei coetanei. Vorrei giocare a calcetto nei pomeriggi primaverili per ore nel cortile e poi correre alla fontana più vicina e bere a volontà. Ma, al massimo, mi mettono in porta. E sto lì, spesso solo, ad aspettare che arrivi l’attacco degli altri, che troppe volte mi fanno goal. Amo la montagna, la neve, lo sci. Sì un po’ posso fare; la gamba non è male, scendo anche da una pista nera, piano però e se cado ci metto mezz’ora a rialzarmi. Mi passano vicino gli snowboard volanti degli amici e dentro di me sento non solo ammirazione, ma anche un po’ di invidia.

Mi sono deciso: prendo la gamba evidentemente artificiale. Così almeno non inganno nessuno e l’espressione di sorpresa di chi mi guarda non devo aspettarmela in un secondo tempo.

Come per molte altre persone con un grave handicap sono molto arrabbiato. Perché proprio a me? Perché io devo essere diverso dagli altri? Perché non ho potuto avere un’infanzia felice, ma fin dai primi anni di vita ho dovuto lottare per ottenere tutto: per salire le scale, per fare educazione fisica a scuola, per correre con i compagni. Alcuni mi hanno detto che Dio ha scelto me, perché sapeva che avevo le capacità per sopportare una croce così. Non ci credo. Non so se ci sia un Dio, ma sicuramente non si è occupato molto di me.

Ho riversato la mia rabbia nella programmazione dei computer. Sono giovane, ma già parecchio capace e molti miei coetanei dipendono da me per risolvere i loro problemi con il calcolatore. So stampare in 3D, insegnare alle macchine, creare dal nulla effetti straordinari. Provo una sottile soddisfazione a essere più bravo di loro. Ma resto comunque zoppo.

Qualcuno nel 2016, anzi molti, non ha portato il proprio figlio a vaccinarsi contro la poliomielite. Troppi hanno disertato il vaccino scoperto da Sabin e quell’anno siamo scesi sotto la soglia di sicurezza. E così mi sono beccato la malattia. Era un mondo strano quello di quando sono nato, dove notizie prive di fondamento si propagavano con grande facilità. Tanti si erano convinti che i vaccini sono molto pericolosi. Certo i vaccini sono leggermente pericolosi. Ci possono essere abnormi reazioni allergiche, sbagli nel dosaggio ecc., ma i rischi sono immensamente più bassi rispetto al disastro di ammalarsi di poliomielite e non avere una gamba. Vaccinarsi significa che ognuno di noi accetta un rischio minimo affinché nessuno corra un rischio grande, cioè quello di cadere vittima di malattie gravi. Oggi questo viene insegnato nelle scuole, tutti ne parlano, tutti sono consapevoli che cooperare è un vantaggio per ognuno. Ma nel 2016 non era così ed ecco che sono qui a rosicarmi con il mio computer con una protesi al posto della mia gamba sinistra.

Vincenzo Fano

LE DONNE DI EINSTEIN

chNel 1914 Einstein era ancora sposato alla sua prima moglie Mileva Maric, donna di origine serba, claudicante, “di non comune bruttezza”, che aveva studiato con lui al Politecnico di Zurigo, senza però riuscire mai a laurearsi. Con lei aveva due figli Hans Albert, che divenne un bravo ingegnere negli Stati Uniti, ed Eduard, che soffrì tutta la sua triste esistenza di depressione. Negli anni di studio era nata, sempre con Mileva, Lieserl, che però come figlia fuori dal matrimonio, venne abbandonata dai fidanzati Einstein, che probabilmente la diedero in affido in Serbia.

Sul web circola una presunta lettera di Einstein a Lieserl, in cui egli direbbe che la forza più importante e più incompresa dell’universo sarebbe l’amore, che non ha alcun fondamento documentario.

Mileva era stata con Einstein negli anni più creativi, quando egli mise a punto i suoi straordinari articoli sull’effetto fotoelettrico, il moto browniano, la relatività ristretta e il principio di equivalenza. Lui lavorava ancora all’ufficio brevetti a Berna e scriveva questi capolavori nei ritagli di tempo con lei che di sicuro lo aiutava quotidianamente. Ciò malgrado non abbiamo alcuna testimonianza che Mileva abbia contribuito alla creazione di tali idee rivoluzionarie.

Mileva era una donna intelligente, una delle prime a studiare fisica e matematica in Europa, anche se senza riuscire fino in fondo, coraggiosa, di sensibilità spiccata. Purtroppo era anche malinconica e divenne sempre più possessiva nei confronti di suo marito che dal 1910 in poi diventava sempre più famoso. Quell’equilibrio straordinario che li aveva uniti soprattutto dal 1897 al 1903 – vedi il bellissimo epistolario – si disgregò progressivamente di fronte al successo di Einstein e al passare sempre più in secondo piano di Miléva.

Einstein si innamorò della cugina Elsa Löwenthal, una donna completamente diversa, bella e vana, di cui ovviamente Mileva divenne gelosissima. Ma lei voleva restare con il suo Einstein e addirittura accettò le condizioni terribili che quest’ultimo le impose per mantenere, almeno apparentemente, la loro convivenza (Isaacson, p. 183):

Mileva, queste sono le mie condizioni:

  1. Ti assicurerai che:
  2. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.
  3. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.
  4. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.
  5. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:
  6. dal sederti accanto a me in casa;
  7. dall’uscire o viaggiare con me.
  8. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:
  9. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.
  10. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;
  11. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Sono parole agghiaccianti, che testimoniano il grado di degenerazione a cui era arrivato il loro rapporto.

Ma le cose durarono poco e cominciò la separazione che portò al divorzio nel 1919.

Malgrado Einstein si vantasse di non considerare importanti i rapporti personali, fu colpito duramente dal naufragare del più grande amore della sua vita e dal distacco dai figli, con i quali non riuscì più ad avere un rapporto veramente sereno.

Interessante notare che nelle clausole del divorzio, Einstein stabilì che se avesse vinto il premio Nobel – una consistente somma di denaro in corone svedesi non svalutate come il marco a quei tempi – cosa che puntualmente avvenne due anni dopo, lo avrebbe ceduto a Mileva. Impegno che poi mantenne e alleviò le difficoltà della donna ormai rimasta sola e con uno dei figli malato. Questo forse anche a parziale riconoscimento del contributo quantomeno pratico della donna alla sua attività scientifica nei primi anni del Novecento.

Ma Einstein non rimase fedele neppure a Elsa: ebbe innumerevoli flirt piccoli e grandi, compreso uno con Helen Dukas, la sua inflessibile segretaria, che ne custodì l’eredità documentaria (scelta da Elsa stessa in un periodo in cui Albert era malato!).

In una splendida pièce teatrale – la “Sonata di Milena” – raccolta nel volume L’arca di Gödel – recentemente messa in scena al Teatro Sanzio di Urbino, per la regia di Gabriele Marchesini, Franco Pollini ci racconta la storia di Einstein e la Maric, mettendo in bocca a lei uno struggente monologo, dove amore, arte, scienza e dolore si mescolano in una meravigliosa sintesi.

Il nostro problema oggi non è tanto quello che la scienza riesca a comprendere l’arte, compito forse inane, ma viceversa che l’arte sappia capire la scienza e renderla parte sempre più integrante della nostra cultura. Pollini è riuscito proprio in questo difficile intento.

VF

 

FARE DELLA PROPRIA CRISI OCCASIONE DI RIFLESSIONE

imagesNel 2008 Ermanno Cavallini, professionista affermato più che quarantenne, sfortunato come tanti altri, si è visto crollare il mondo addosso. L’immensa crisi finanziaria ha spazzato via il settore della fabbricazione di Yacht in cui lavorava.

E questa purtroppo è una storia comune. Ciò che rende Ermanno unico è la sua reazione a questa difficile evenienza. Ermanno si è messo, fra le altre cose, a studiare e ha scritto un libro di cui merita parlare.

Ermanno nota innanzitutto che “i soldi non fanno la felicità”. Verrebbe da rispondere “se i soldi non bastano a fare la felicità, figurati la miseria!”. È chiaro che i soldi in una certa misura sono condizione necessaria per il nostro benessere, ma il punto sottolineato da Ermanno è che oltre una certa soglia non sono poi così importanti, forse addirittura dannosi.

Il secondo aspetto del libro è che il Prodotto Interno Lordo non è un’adeguata misura del benessere di un Paese. Occorre sempre di più modificare questo parametro tenendo conto della qualità della vita delle persone.

In terzo luogo l’uomo è un animale sociale e quindi bisogna dare il giusto posto alla collaborazione, più che alla competizione. I grandi risultati si ottengono solo assieme. In questo senso Ermanno è un fautore dell’intelligenza collettiva e dell’uso del web come open source. Le buone idee crescono con la collaborazione di tutti.

In quarto luogo, come già aveva detto Keynes, il vero motore dell’economia reale è il ceto medio. Dunque per evitare l’eccessiva finanziarizzazione del capitalismo a cui assistiamo occorrerebbe tagliare le code della forbice dei salari, cioè stabilire un reddito minimo e un reddito massimo. Da qui il termine, introdotto da Ermanno, “Capitalismo a doppia valvola di sicurezza”.

È chiaro però, aggiungerei io, che una misura del genere, pur ragionevole, come tutte le grandi pianificazioni dell’economia, non può essere realizzata in un solo Paese, poiché rapidamente i capitali e gli investimenti fuggirebbero dalla nazione che avesse promulgato tali leggi. Capisco però la sensatezza e la giustizia insita in questa idea.

Le tesi messe a punto da Ermanno, che ha fatto della sua crisi personale oggetto di riflessione, sono belle. Credo però che, anche se forse abbiamo bisogno dei sogni e delle utopie per vivere bene, non dobbiamo credere troppo in esse, perché i tentativi concreti di realizzare i nostri sogni spesso si trasformano in incubi, come la storia ci ha insegnato.

Vincenzo Fano

L’INVESTIGATORE ARISTOTELICO

leftEra una estate infuocata, di quelle che avresti voluto vivere in acqua come i pesci. Difficile da farsi per chi, come Henry Hoffmann e il sottoscritto, lavoravano e vivevano in una città senza mare, senza laghi, senza fiumi e in cui l’unica piscina comunale era stata chiusa dopo l’assassinio del proprietario Waylon Smithers. Che piscina era quella, vere palme, vera sabbia, vere sedie da mare, non come la sdraio che Hoffmann aveva costruito sul suo terrazzo mettendo assieme pezzi di un dondolo e una zanzariera.

Waylon Smithers aveva classe, presso la sua struttura potevi scavare una buca per metri e metri di sabbia senza mai trovare il fondo, quasi da pensare che non ci fosse. Nessuno come Mr. Smithers poteva vantare così tanta sabbia in città.  Di tanto in tanto scavando potevi imbatterti in mozziconi di sigaretta, pezzi di sandwich, lattine e gomme da masticare: insomma una vera e propria spiaggia da caccia al tesoro. Jonas Gantt, l’unico psicanalista della città, si vantava di aver scavato da ragazzo una buca di dodici iarde, una prodezza senza uguali che gli era valsa sia l’attenzione di Kethrin Jonasson, la figlia del reverendo Rudolf Jonasson, che sarebbe poi divenuta Mrs. Gantt, sia l’elezione a membro onorario del club degli speleologi. Il prestigioso club contava esattamente tre membri: Rudolf Jonasson,  Kethrin Jonasson in Gantt e Jonas Gantt per l’appunto.

Di storie simili, legate alla piscina se ne sentivano in città, e forse anche Henry ne aveva una, ma era restio a raccontarla. Di quando in quando, dopo un giro di troppo di birra, parlava di uno strano mazzo di carte trovato da ragazzo scavando nella sabbia. Henry in effetti aveva delle carte, era ossessionato da quelle carte, le portava sempre con sè e le tirava in ballo ovunque.  Strane carte quelle di Henry, veramente strane. Non assomigliavano nè a carte da gioco, nè a quelle dei tarocchi. Henry era in polizia da molti anni più di me e non era raro vederlo durante qualche interrogatorio, presso il nostro distretto, cacciare il suo mazzo, fare una sorta di solitario e in pochi minuti inchiodare il sospettato mettendo in crisi i suoi ragionamenti. Altre volte, dopo il solitario, Henry appariva contrariato e senza dire nulla usciva dalla stanza bofonchiando qualche ingiuria contro le carte e qualcosa sulla sua prima ragazza BARBARA, poi di un certo CESARE, di tre DATISI e quattro BRAMANTI e altre parole che non ricordo. Doveva trattarsi, penso, di una di quelle strane storie di sesso che non riesci a toglierti di testa e su cui è meglio non indagare oltre. Le carte di Henry erano un mistero.

Una volta una recluta, vorrei chiamarla Mr. Murray per tutelare la sua privacy, ancora oggi l’unico esperto nei disegni per gli identikit della nostra Centrale, tratteggiò su un foglio un disegno delle carte di Henry. Eccolo qui [Fig.1]:

fig1_syllogistic-card

Lo schizzo non rende onore alla stranezza delle carte: Mr. Murray non aveva il dono delle proporzioni.

Il mazzo era formato da due tipi di carte: otto carte più grandi e otto carte più piccole. Ciascuna delle carte più grandi era di circa tre pollici e mezzo di altezza e di due pollici e mezzo di larghezza, e  aveva qualcosa di scritto vicino al bordo superiore e in molti casi qualcosa di scritto spostandosi verso il bordo inferiore. Le posizioni di queste scritte sembravano ben calibrate  con le posizioni di alcune aperture nelle carte più piccole: i rettangoli che vedete disegnati nelle carte minori. Queste ultime a occhio erano della stessa larghezza delle altre (due pollici e mezzo), ma di soli tre pollici di altezza. Esse recavano scritte nella parte vicino al bordo superiore e in molti casi una o più aperture rettangolari spostandosi verso il bordo più basso.  Henry usava sempre le carte in combinazioni di due, mettendo la piccola sulla grande e a quel punto le finestrelle della carta superiore davano accesso all’eventuale contenuto della carta sottostante formando così una sorta di terza carta.

L’ultima volta che vidi Henry usarle fu proprio per il caso dell’assassinio Smithers. Proprio difficile a credersi: un tipo così buono come Mr. Smithers trovato strangolato sulla sabbia. In città tutti sembrarono sconvolti dalla notizia, soprattutto perchè  Rudolf Jonasson,  Kethrin Gantt e Jonas Gantt erano considerati i maggiori sospettati. I membri del club di speleologia, infatti, non solo risultarono presenti presso la struttura  quando venne commesso il fattaccio, ma giorni dopo  furono ritrovati sul luogo del delitto, per la precisione  Jonas Gantt fu trovato a scavare una buca nella sabbia profonda quasi dodici iarde. Io dissi a Henry che uno dei componenti del club di speleologia doveva essere l’assassino e che torchiandoli per bene avremmo risolto il caso. Quando Henry mi chiese perchè pensassi così, io gli risposi che tutto mi sembrava portare a questa conclusione elmentare, infatti: tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto; tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto; dunque uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino. Fu a quel punto che Henry estrasse le sue carte, e sotto voce ragionando tra sè e sè diceva frasi tipo:

«tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto, dunque la carta grande All P is M, bene bene»;

«tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto, dunque la carta piccola All S is M».

Henry selezionò dal mazzo le due carte così disegnate [Fig. 2 e Fig. 3]:

fig2_syllogistic-card

fig3_syllogistic-cardpoi sovrappose la carta piccola alla grande, allineandole sul bordo inferiore in modo da formare quasi una carta sola con le scritte All P is M e subito dopo All S in M, e si concentrò sulla finestra in basso attraverso cui però non compariva alcuna scritta. A quel punto Henry disse: «vedi, come pensavo,  uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino, ovvero Some S is P, non compare come conclusione attraverso la finestra finale, mhhh proprio come pensavo, il tuo sillogismo non è corretto, dovresti indagare più a fondo prima di saltare a conclusioni frettolose». Anche se il ragionamento di Henry non mi era del tutto chiaro, decisi di scendere nella buca per indagare meglio.

Henry era un uomo rassicurante, raramente potevi vedere sul suo volto tracce di un qualche turbamento. Lo vidi agitato solo nell’autunno di quell’anno, diciamo colto da quell’agitazione che solitamente ti prende la mente quando capisci come inchiodare un assassino,  più che al primo appuntamento. In quell’autunno, io ed Henry incontrammo il primo proprietario della piscina. Già, nonostante quello che si dice ancora oggi, a costruire la piscina in città non era stato Waylon Smithers, ma il vecchio Martin Gardner, ora scrittore newyorkese. Il vecchio Martin aveva venduto la piscina al giovane Mr. Smithers nel 1952. Smithers aveva fatto molte modifiche all’impianto lasciando intatti solo i banchi di sabbia (troppa da spostare e poi questa era l’unica clausola imposta da Mr. Gardner).  Dopo l’assassinio la piscina era stata messa in vendita e il vecchio Gardner l’aveva riacquistata.  Fu proprio in quella occasione che io ed Henry avemmo modo di incontrarlo.

La buca di quasi 12 iarde era ancora lì, assieme a tutti i segnali della polizia e Mr. Gardner venne a chiederci se poteva chiudere la buca e togliere i vari nastri e sigilli. Gardner aveva grandi occhiali da cui trasparivano occhi profondi, un uomo rassicurante e aggiungerei molto divertente. Fu per questo che quando ci chiese dell’assassinio di Waylon Smithers io mi sbottonai dicendo che stavamo ancora brancolando nel buio e che avevamo dei sospettati, ma non abbastanza prove per inchiodarli. A quel punto Mr. Gardner, incuriosito, ci chiese se le voci in città sui membri del club degli spleleologi fossero vere. Io risposi di sì e che secondo me uno dei membri del club doveva essere il colpevole. Mr. Gardner mi chiese, allora, che ragionamento mi avesse condotto a tale conclusione ed io, dopo aver guardato Henry, gli risposi che il mio ragionamento era stato il seguente:

tutti gli assassini tornano sul luogo del delitto;

tutti i componenti del club di speleologia sono tornati sul luogo del delitto;

dunque uno dei componenti del club di speleologia è l’assassino.

Fu a quel punto che Mr. Gardner estrasse dalla tasca un mazzo di carte, strane come quelle di Henry, ma di grandezza uguale tra loro e di numero minore. Le carte possedevano parti aperte (finestrelle) e parti di colore nero e c’era una carta con la scritta “conclusion card”, l’unica frase per me comprensibile tra quelle scritte sulle carte. Provo a riportare qui di seguito una loro sommaria rappresentazione (le parti tratteggiate sono le finestrelle) [Fig. 4]:

fig4_gardner-card

 

 

 

 

 

 

Mr. Gardner prese due carte più quella della conclusione [Fig. 5, Fig. 6, Fig. 7]:

fig5_gardner-card fig6_gardner-card fig7_gardner-card

 

 

 

 

 

e sovrapponendole, con la carta conclusione in cima al gruppo, confermò che la mia inferenza non era corretta, la finestra corrispondente alla mia conclusione, così mi sembra di ricordare che disse, non era totalmente nera.

L’incontro con Mr. Gardner mi rese subito chiaro che Henry non aveva mai incontrato un altro possessore di carte come le sue: il volto di Henry quando vide le carte di Mr. Gardner era esplicito su questo. Fu a quel punto che Henry estrasse le sue carte cercando forse le stesse tracce di sorpresa in Mr. Gardner. Ma ancora una volta fummo noi a rimanere sorpresi. Mr. Gardner fece una risata e disse: «vedo che le carte inventate da Henry Cunynghame hanno ora un nuovo proprietario, sono contento, quando nel 1952 costruii le mie attuali carte, seppellii queste nella sabbia e oggi in verità ho ricomperato la piscina solo per vedere se fossero ancora lì dopo tanti anni», poi fece una lunga pausa e soggiunse: «sono contento che le abbia trovate lei, ha fama di ottimo investigatore e mi dica, come le trova?». Henry sorrise e poi disse «utili in diversi casi, ma ho approfondito i miei studi di logica e sto lavorando a una nuova versione». «Bene, proprio quello che speravo» disse Mr. Gardner, e poi soggiunse «posso chiederle un favore?». Henry si irrigidì e disse «nei limiti del legale, certo», Mr. Gardner sorrise e disse «quando avrà le sue nuove carte, seppellisca di nuovo nella sabbia il mazzo di Mr. Cunynghame, sono certo che saranno un tesoro e un buon viatico per qualche altro giovane». Henry sorrise e fece cenno di sì con il capo.

 

NOTE PER IL LETTORE.

Da ragazzo lessi un meraviglioso libro di Alessandro Bausani “Le lingue inventate” (Casa editrice Astrolabio – Ubaldini editore 1974). Alla fine della prefazione all’edizione italiana (il testo originale del 1970 è in tedesco) Bausani scrive il seguente ultimo avvertimento al lettore:

«[…] questo libro è chiaramente nozionistico. Per me la conoscenza di cose, la quantità di informazioni, insomma quello che si chiama ora con disprezzo ‘nozionismo’ è, sì, rovinoso per i cretini, ma è un elemento essenziale della cultura (e del resto forse la cultura stessa è rovinosa per i cretini …). Invito pertanto i pochi che leggeranno il libro a non saltare le parti noiose, per esempio quella riguardante la lingua segreta dei Dogon, ma semmai a impararla, a usarla per gioco con amici, e, meglio ancora, a inventarne qualcuna essi stessi.»

Questo avvertimento fu per me un invito a esplorare le lingue e soprattutto ad inventarne. Mi piacerebbe che questo racconto, mutatis mutandis, fosse un invito al lettore a indagare la sillogistica e a fabbricare un proprio mazzo di carte, del tipo di quelle di Henry Cunynghame o di quelle di Martin Gardner, a giocare con esse assieme ad amici, e poi andare oltre inventando nuovi modelli di carte.

 

PER UNA VELOCE INTRODUZIONE ALLA SILLOGISTICA.

Molti dettagli sull’uso delle carte sono stati omessi volontariamente nella speranza di incuriosire  e stimolare una ricerca personale.

Per una veloce introduzione alla sillogistica si veda:

Dario Palladino, <http://www.dif.unige.it/epi/hp/pal/ssis04/sill.pdf>

Per introduzioni più dettagliate:

Bobzien, Susanne, “Ancient Logic”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/logic-ancient/>.

Smith, Robin, “Aristotle’s Logic”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/aristotle-logic/>.

Lagerlund, Henrik, “Medieval Theories of the Syllogism”, The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Spring 2016 Edition), Edward N. Zalta (ed.),

URL = <http://plato.stanford.edu/archives/spr2016/entries/medieval-syllogism/>.

 

NOZIONISMO.

Nel 1880, nel suo splendido libro dal titolo “Studies in the Deductive Logic” William Stanley Jevons dedicava il capitolo XI alla descrizione delle carte sillogistiche di Henry Cunynghame, la più vicina approssimazione, per usare le parole di Jevons, a quella che potrebbe essere chiamata una syllogistic machine (ovvero una strumento che consenta appunto di controllare meccanicamente la correttezza delle inferenze sillogistiche). Rimando al testo di Jevons per un’analisi più dettagliata delle carte di Henry Cunynghame:

URL=<https://ia902706.us.archive.org/0/items/studiesindeduct00jevouoft/studiesindeduct00jevouoft.pdf>

Nel Marzo del 1952, in un articolo dal titolo “Logic Machines” per Scientific American, Martin Gardner presentò per la prima volta le sue carte (il secondo tipo di carte descritte sopra). Nel 1958 Gardner nel suo meraviglioso libro “Logic Machines and Diagrams” (McGraw-Hill) tornò sull’argomento (capitolo 7). In questo testo di Gardner troverete anche altre proposte di carte che lascio al lettore esplorare.

 

DIMENTICAVO.

Dopo quell’incontro non ebbi più modo di rivedere Mr. Gardner. Henry di lì a poco si  trasferì in Italia e poco prima della sua partenza la buca di circa 12 iarde nella proprietà di Mr. Gardner fu stranamente richiusa. Per quanto mi riguarda ho costruito tanti mazzi di carte che poi ho implementato in applicazioni per gli smarthphone e porto ogni giorno i miei figli in piscina, con la sdraio di Henry e delle buone palette per scavare.

Infine, dopo la scomparsa del reverendo Jonasson, Kethrin Jonasson in Gantt si dichiarò colpevole dell’omicidio di Waylon Smithers. Quest’ultimo aveva scoperto infatti che molti anni prima a scavare la buca di 12 iarde non era stato il giovane Jonas Gantt, ma suo cugino, il pregiudicato nullafacente Harnold, che segretamente innamorato di Kethrin Jonasson, aveva scavato la buca per fare colpo sulla giovane. Il reverendo Jonasson per mettere tutto a tacere, essendo Jonas un miglior partito di Harnold, convinse quest’ultimo a partire, Kethrin a dimenticarlo e Jonas a scavare gli ultimi pollici di buca con annessi di fama e connessi di matrimonio.

A proposito di buchi, se vi state chiedendo come mai Jonas Gantt fosse sul posto dell’assassinio dentro una buca, non abbiamo ancora una risposta precisa. Forse Mr. Gantt avendo sospetti sulla moglie e temendo comunque fughe di notizie sul suo conto che screditassero la sua prodezza giovanile, preferì farsi trovare in una buca di docici iarde circa per salvare la sua reputazione con annessi e connessi. In verità, una volta sentii dire che ogni buona storia ha un buco. Non sono convinto di questa cosa, ma per evitare errori da dilettante ho preferito inserire un buco da dodici iarde circa.

Pierluigi Graziani

 

REFERENDUM COSTITUZIONALE. LE MIE RAGIONI PER VOTARE NO

imagesIl dibattito sul referendum costituzionale è strettamente connesso con quello sulla nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, perché la legge elettorale influenza grandemente le modalità della rappresentanza e della stabilità delle maggioranze di governo. In questo articolo però cercherò di tenere separati i due argomenti visto che il referendum riguarda solo le modifiche costituzionali.

Fare le riforme non è un bene in sé. Quando si avanza una riforma lo si fa perché si vuole migliorare la situazione rispetto alle condizioni di partenza. Una riforma è quindi come una terapia e perciò bisogna capire quale è la diagnosi e quali sono le cure proposte.

  • La ragione più comune a favore della riforma è quella dei tagli alle spese. Si tratta, secondo di una manciata di milioni (una cinquantina secondo la Corte dei Conti) su una spesa corrente di circa 500 miliardi al netto degli interessi, quindi circa lo 0,01%. Sappiamo bene che la fonte di spreco non sono gli stipendi dei parlamentari bensì le cattive politiche e le cattive decisioni. Però se proprio si voleva risparmiare bisognava eliminare del tutto la seconda camera spostando le centinaia di funzionari superpagati nella P.A. ma con stipendi normali (e non si dica che non si può fare).
  • Riduzione del numero dei parlamentari. Bastava ridurre a metà il numero di membri della Camera e del Senato, come prevedeva la proposta del vicepresidente del Senato Chiti che aveva raccolto molte adesioni in Parlamento. Aggiungendo un dimezzamento anche delle indennità si sarebbero raggiunti risultati assai più rilevanti. Due camere più snelle, entrambe elette dai cittadini e con indennità più normali sarebbero più autorevoli. L’argomento che la proposta Boschi è meglio che niente non mi convince perchè quando si riforma una costituzione lo si deve fare con in mente un progetto di governo per il futuro e non “tanto per far qualcosa”.
  • Accrescere l’efficienza del lavoro parlamentare. Si dovrebbe dimostrare che il Parlamento italiano produce meno leggi di quello di altri paesi. In realtà è vero il contrario. Abbiamo prodotto troppe leggi e troppo spesso fatte male. Ecco qualche dato comparativo sia pure non aggiornato, sulle leggi approvate dai parlamenti. E se qualcuno avesse contato il numero delle norme inserite nelle leggi-contenitore i numeri sarebbero più alti.

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Fonte: Di Porto V. I numeri delle leggi. Un percorso tra le statistiche delle legislature repubblicane. Il Filangeri, Quaderno 2007, pp 179-200

La quantità non fa qualità e il vero problema italiano è che il flusso continuo della legislazione è una continua correzione e aggiustamento di legislazione già approvata ma evidentemente carente. Non si può dare la colpa di ciò all’elevato numero dei parlamentari perché l’80% delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Questo secondo dato corrisponde ad un progressivo rafforzamento degli esecutivi rispetto alle camere legislative di cui ormai si parla in tutti i manuali di scienza politica e che è dovuto ai vincoli esterni, soprattutto derivanti dall’Unione Europea, che vengono tradotti in iniziativa legislativa governativa. Qualcuno obietta che il Parlamento ha facilità ad approvare leggi minori ma poi non riesce a far passare le riforme importanti. Questa affermazione contraddice l’evidenza secondo la quale ogni nuovo governo ha voluto fare le sue riforme anche quando non erano necessarie. Questo è stato possibile grazie all’uso frequente della questione di fiducia (il presente governo l’ha posta anche sull’approvazione della legge elettorale che dovrebbe essere una tipica prerogativa parlamentare) e della legislazione delegata al Governo. Il Governo Amato nel 1992 salvò l’Italia dalla bancarotta facendosi affidare le deleghe legislative per 5 grandi riforme. Da allora ne è stato fatto grande uso. Il tempo medio impiegato dai governi per emanare la legislazione delegata è molto alto. Se il tempo medio di approvazione parlamentare è sceso negli ultimi tre decenni da 130 a 80 giorni, i governi impiegano da un minimo di 1 fino a 3 o 4 anni per legiferare. E questo è dovuto al fatto che regolare cose complesse richiede tempo. Famoso è stato il caso della scadenza alla fine di agosto di questo anno per la quale il ministro Madia aveva un anno di tempo per la riforma della dirigenza pubblica e che è stata rispettata solo grazie all’intensa sollecitazione del premier. Due mesi prima Gian Antonio Stella scriveva sul Corriere “record di errori nel codice degli appalti” per il quale il governo si era dato due anni di tempo. Anche il Jobs Act è stato prodotto a rate, nell’arco di due anni, sulla base di una delega legislativa.

La riforma della Costituzione prevede che il governo possa imporre alla Camera 70 giorni di tempo per legiferare su tutte le materie dichiarate “di attuazione del programma”. Mi sembra il classico caso nel quale la pezza è peggiore del buco. La fretta nel legiferare ha indotto migliaia di errori, leggi sbagliate e, come segnala Stella, perfino leggi delegate scritte male. Qualche mese fa il Sole24ore titolava in prima pagina: “85 modifiche alle imposte sui redditi negli ultimi 5 anni.” Tutti questi errori costano soldi, tempo e producono decisioni sbagliate. Salvo casi di calamità naturali o guerre, la legislazione dovrebbe essere ben studiata, ponderata, con una attenta valutazione dei costi e dei benefici, e poi adottata nella sua forma più semplice e chiara.

La necessità di “rafforzare l’esecutivo” è dunque sentita da chi sta al governo perchè il potere non basta mai, ma non dai contribuenti per i quali si sente invece quella di migliorare la necessità, la proporzionalità e la pertinenza agli obiettivi delle misure adottate.

  • Il superamento del bicameralismo perfetto è spesso citato come ragione per la presente riforma. È curioso che tra le varie riforme costituzionali passate (la più clamorosa è stata l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione approvata dai partiti di Bersani e Berlusconi) nessuna abbia introdotto un semplice comma per stabilire che un disegno di legge presentato in una camera deve essere approvato anche dall’altra, sia pure emendato, o respinto. Questo avrebbe evitato il rimpallo da una camera all’altra. Io non sono contrario al monocameralismo purché si rafforzi la capacità rappresentativa del parlamento e di scrutinio sull’attività del governo, altrimenti la combinazione con il sistema elettorale dell’Italicum concentrerebbe troppi poteri nel capo del partito e del governo. Se però si vuole lasciare il bicameralismo è necessario che sia fatto bene. Per cominciare il nuovo Senato è chiamato a rappresentare non i cittadini (le comunità) bensì le “istituzioni territoriali” espressione vaga che potrebbe assommare regioni, enti locali, enti decentrati, enti speciali e perfino autonomi, come le università. Al suo interno siedono però solo rappresentanti dei consigli regionali regioni e 21 sindaci eletti anch’essi dai consigli regionali anziché dai loro colleghi. Nella stessa riforma si tolgono poteri alle regioni (anche a quelle che li hanno esercitati bene, mentre in Spagna il regionalismo differenzia le deleghe in base alle capacità) eppoi si dà a questo senato potere di decisione in caso di future revisioni costituzionali. Il procedimento decisionale, distinto in 4 principali cammini, è complicato e impreciso e perciò potrà adito a nuovi contenziosi. Il nuovo articolo 70 è illeggibile perché pieno di rimandi ad altri commi.

Dai sostenitori del sì ho sentito spesso menzionare la posizione critica ma favorevole di Massimo Cacciari. Ecco per intero la sua dichiarazione a La Repubblica: “È una riforma concepita male e scritta peggio. Insomma è una puttanata. Però realizza in modi bizzarri alcune idee che portiamo avanti da molti anni”. Perfino Marchionne ha detto che è favorevole a questa riforma “nonostante tutto”. Chi è contrario crede che la Costituzione non sia una legge qualsiasi, che deve invece essere scritta bene per durare decenni. Non la si può scrivere male perché poi si creano nuovi equilibri che tendono a consolidarsi.

  • Stabilità. Non è detto che la stabilità sia sempre una virtù. Il presidente americano è stabile per 4 anni ma la maggioranza dei 44 presidenti ha sperimentato periodi più meno lunghi durante i quali non aveva in una o in entrambe le camere la maggioranza per far passare le leggi e doveva perciò rassegnarsi ad estenuanti contrattazioni. Nel 2012 il partito repubblicano si rifiutò di approvare il bilancio federale per costringere Obama a fare marcia indietro sulla riforma sanitaria. Le virtù della costituzione americana stanno nella rigida separazione e bilanciamento tra i poteri, e nella capacità di inquadrare il personalismo elettorale in un sistema di responsabilità chiare ma plurali. La prima repubblica in Italia non fu affatto un regime instabile. L’egemonia democristiana, benché in presenza di un sistema proporzionale, ha consentito una notevole continuità e stabilità delle politiche adottate pur nel cambio frequente dei governi che però rimettevano in sella sempre le stesse persone. Il problema non era allora la stabilità ma la mancanza di ricambio. Da quando c’è il sistema elettorale maggioritario i governi durano di più (con l’eccezione del primo governo Berlusconi che cadde per il cambiamento di fronte della Lega). Il terzo governo Berlusconi non è caduto per problemi parlamentari o costituzionali, anzi aveva una vasta maggioranza. Furono le vicende economiche e le pressioni esterne a far cadere il governo che aveva vinto le elezioni. Allora la stabilità non fu considerata una virtù. Comunque la stabilità delle maggioranze non è toccata dalla riforma costituzionale perchè essa non tenta la strada limpida della elezione diretta dell’esecutivo, mentre su di essa agisce la legge elettorale.

La riforma contiene anche elementi positivi, come l’abbassamento del quorum per la validità dei referendum in base al tasso di partecipazione elettorale.

Più controverso mi pare il modo di affrontare la precedente riforma del Titolo V che introdusse un accentuato regionalismo senza distinguere abbastanza chiaramente le competenze. Viene eliminato l’ambito della “legislazione concorrente” e tutte quelle materie tornano completamente allo stato. Quindi dopo decenni dalla scoperta del valore della responsabilizzazione dell’autogoverno dei territori di cui la Lega si fece portabandiera, si torna alla centralizzazione senza distinguere tra regioni che hanno esercitato bene i loro poteri e quelle che li hanno esercitati male, però tenendo in piedi le costose prerogative delle regioni (e province) a statuto speciale. Poi però si aggiunge un comma in base al quale lo stato potrà legiferare sulle materie regionali non solo quando lo richieda “la tutela dell’unità economica o giuridica della Repubblica” come è ovvio, ma anche “la tutela dell’interesse nazionale”. Questa espressione può essere interpretata in modo molto diverso da un governo centralista rispetto da chi sostiene il principio di sussidiarietà e sarà la porta di ingresso di conflitti e diatribe per cui toccherà ogni volta alla Corte Costituzionale stabilire se una questione è di “interesse nazionale”.

LEGGE ELETTORALE. A mio avviso l’Italicum parte da due assunti sbagliati. Il primo è l’illusione che una legge molto maggioritaria consenta a importanti minoranze moderate di governare paesi democratici che altrimenti sarebbero preda di movimenti estremisti o illiberali. Questo era forse vero un decennio fa ma oggi in Europa i partiti estremisti o illiberali possono andare al governo proprio grazie a queste leggi elettorali perché diventano maggioranza relativa. Perciò dare la maggioranza assoluta ad una formazione politica senza costringerla ad alleanze con altri soggetti rischia di diventare la strada di accesso incondizionato di questi soggetti al governo del paese. Al momento in Italia non si vedono forze portatrici di pulsioni antidemocratiche, ma il nostro passato non ci esonera da future brutte sorprese. Il secondo assunto sbagliato è che se un paese è troppo complesso, stratificato, conflittuale, l’unico modo di governarlo sia semplificare al massimo la rappresentanza dando tutto il potere a un gruppo limitato e coeso di persone. Per quarant’anni la forza della Democrazia Cristiana è stata la sua grande complessità interna, che rifletteva quella del paese, purtroppo anche nei suoi vizi peggiori. Un buon sistema di rappresentanza deve cercare di portare nelle aule parlamentari la complessità e trovare le mediazioni e la sintesi. Un sistema che non ne è capace rischia di virare in due direzioni: o verso un autoritarismo dell’esecutivo con repressione del dissenso, come in Turchia e in Russia, o verso un populismo distributivo, necessario a raccogliere il consenso attorno ad una persona. Questo spiega perchè l’attuale esecutivo ha inaugurato la sua stagione con la distribuzione degli 80 euro in busta paga, poi ha esonerato dal pagamento dell’Imu anche i ceti abbienti, poi ha inventato gli incentivi a pioggia per le imprese, i bonus per gli insegnanti, i poliziotti, i pompieri e i diciottenni e così via. Si chiamano politiche distributive. In America Latina ogni caudillo ne fa un bel po’. Questo sistema produce una enorme dilapidazione di risorse, assai maggiore di quelle causate dai vecchi partitini del sistema proporzionale. L’Italicum, con il premio al partito più votato (con ballotaggio chiuso) e la nomina dall’alto dei cento capilista di ciascun partito, si inserisce pienamente in questo meccanismo della mancanza di rappresentanza interna e della ricerca del consenso fuori dalle aule parlamentari.

PER MIGLIORARE LA QUALITA’ DEL GOVERNO

L’Italicum, come, centinaia di altre leggi, era uscita dalla camera con un testo assai peggiore, tanto che lo stesso Renzi disse che la versione modificata dal Senato era molto migliore.

Non si possono contare le proposte di legge che sono molto migliorate nel ping pong tra Camera e Senato. E i meno berlusconiani ricorderanno con sollievo le leggi che quella maggioranza non riuscì ad approvare in entrambe le camere, come la legge bavaglio sulle intercettazioni e sulla informazione on line. Poiché legiferare bene è difficile, molto spesso le seconde o terze letture, i nuovi approfondimenti e proposte, nuove audizioni, aiutano a migliorare i testi di legge.

Ho notato che nei paesi del nord Europa il Policy Learning è considerato un processo importante. Istituti di ricerca, università, camere legislative e ministeri fanno circolare e discutono analisi, studi, proposte, previsioni, bilanci. Nessuna riforma nasce senza un vero apprendimento scientifico aperto agli stakeholders. Anche la Commissione Europea lavora così. A mio avviso bisognerebbe mantenere il CNEL (oggetto di cancellazione costituzionale) trasformandolo in un serio istituto di studio e analisi di valutazione e di impatto delle leggi adottate e di quelle che si stanno progettando. Dovrebbe esserci una analisi costi-benefici trasparente, accessibile a tutti, operata in rete con le Università. Certo questa trasparenza riduce la discrezionalità e la demagogia e perciò non è amata dai politici.  Ma la cittadinanza e la comunità scientifica dovrebbero essere favorevoli.

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Fonte: Capano G. and Pritoni A. Do Strong Governments Produce Good Policies? Paper presented at the XXX SISP Annual Conference, University of Milan 15th – 17 th September 2016.

Questo grafico, elaborato da due scienziati politici italiani, mostra un confronto tra il più stabile dei due governi Prodi, il più stabile dei tre governi Berlusconi e il governo Renzi in relazione alla coerenza e alla capacità innovativa, in tre aree di policy, in base all’opinione di una quarantina di esperti “neutrali”.

Come si vede il governo con la più ampia maggioranza parlamentare, il Berlusconi 2, non è affatto il più coerente e innovativo. Non vi sono quindi evidenze empiriche che la stabilità migliori la qualità mentre è evidente che la qualità della leadership è importante. Ma personalismo e populismo influenzano le modalità di selezione della leadership. Io credo che la ponderatezza e la trasparenza dei processi decisionali costringerebbe la leadership a migliorare la qualità delle sue decisioni. È normale che i politici “vincenti” chiedano leggi elettorali in base alle quali “il giorno dopo le elezioni si sa già chi formerà il governo” ma questo non può essere assunto come verità dai cittadini che si preoccupano invece della qualità del governo. E non è neanche vero che “i mercati chiedono certezza di governo”. Il Belgio è rimasto 541 giorni (2010-2012) senza maggioranza e ha continuato la strada del risanamento economico mentre la Spagna è da 8 mesi senza maggioranza e l’economia cresce il triplo della nostra con uno spread dei titoli di stato inferiore al nostro. La Germania, dopo le ultime elezioni, ha formato un governo solo dopo due mesi di trattative e da due legislature è governata solo grazie alla obbligata alleanza tra i due principali contendenti, eppure è il paese più forte del continente.

L’Italia dovrebbe occuparsi di rafforzare le sue istituzioni, le sue regole, la sua amministrazione, molto più che dare certezze ai politici che ambiscono a occupare le poltrone di governo.

PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA E IL TABU’ DELLA SINISTRA. Il processo di personalizzazione della politica è sempre più accentuato e sembra ormai irreversibile. Esso dipende dalla personalizzazione della comunicazione politica, dallo scioglimento delle ideologie e dei grandi partiti di massa, dalla frammentazione dei riferimenti di identità e di interesse nel corpo sociale. Il rafforzamento delle istituzioni è un possibile contrappeso. Io però credo che la sinistra dovrebbe superare un suo tabù e riconoscere che sarebbe molto meglio avere l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, con uno rafforzamento dell’autonomia del potere legislativo e del suo potere di controllo, piuttosto che vivere dentro un sistema formalmente parlamentare dove il parlamento è sempre più soggiogato dal potere personale del “capo” (così dice l’Italicum) del partito di maggioranza. Riconosciamo il personalismo e incanaliamolo in procedure di democrazia bilanciata.

MANCA UNA VISIONE DEL FUTURO. Le democrazie oggi sembrano prigioniere dei tempi corti della prova continua del consenso elettorale. Quando nel 2010 emerse il problema del default della Grecia, l’Europa avrebbe potuto risolverlo con qualche decina di miliardi. Però la Merkel non voleva perdere le elezioni regionali in Baden-Wurttemberg. E così ogni leader grande o piccolo è ossessionato dal consenso immediato e non si interessa di quello che accadrà nel medio-lungo periodo. Ma quello che saremo tra dieci anni dipende in larga parte da ciò che facciamo oggi. Questo fenomeno è accentuato in paesi, come l’Italia, nei quali i giovani sono pochi e i loro voto è poco prevedibile, mentre la fascia anziana di elettori è sempre più vasta e il loro orientamento politico è molto sensibile alle politiche distributive. Così abbiamo costruito un sistema che automaticamente dà più ai padri (e ai nonni) che ai figli. Perfino questo Governo, guidato da un giovane e con molti giovani al suo interno, è orientato più a tranquillizzare i vecchi che ad aiutare i giovani. Purtroppo così il paese si scava la fossa da solo. In Costituzione si potrebbe inserire una norma che impedisca la rielezione immediata per chi si candida a cariche monocratiche (come oggi è per il rettore nelle università) e il limite di due mandati per tutti gli altri. Io credo che questo sarebbe un primo freno alla ricerca ossessiva del consenso durante la gestione del potere.

CONCLUDENDO. Il bicameralismo paritario è un’anomalia ma non una malattia, anzi in taluni casi può contribuire a migliorare la qualità della legislazione costringendo i parlamentari alla revisione e alla rilettura dei testi. Non esiste un problema di scarsa produttività legislativa. Anzi l’Italia soffre per una produzione spesso eccessiva di una legislazione farraginosa, incoerente, spesso tecnicamente scadente perfino quando approvata col metodo della legislazione delegata al Governo. La riforma proposta introduce 4 complicate procedure decisionali e un Senato rappresentantivo di enti regionali che al contempo si vogliono depotenziare. Prevedendo scadenze brevi per la produzione legislativa aggrava il rischio di un suo ulteriore scadimento qualitativo. Il combinato disposto di questa riforma con la legge elettorale accentua la personalizzazione della decisione politica invece di trovare una mediazione tra accentramento personalistico e rappresentazione della complessità.

Nicola Giannelli