STORIA DI UNA COMETA

VAN, TURKEY - AUGUST 12: Perseid meteors streak across the sky during the annual Perseid meteor shower above Van Lake, in eastern Turkey, Van on August 12, 2016. (Photo by Sitki Yildiz/Anadolu Agency/Getty Images)

Quattro miliardi e seicento milioni di anni fa a circa cinque miliardi di chilometri dalla Terra cominciò a orbitare attorno al Sole una cometa costituita di ghiaccio, anidride carbonica e poco altro, il cui nucleo era di circa venti chilometri. L’orbita ellittica molto allungata la portava lontanissima dal Sole e poi più vicina con un periodo di 133 anni.

In quel tempo si stava formando il sistema solare, cioè il Sole, la Terra, gli altri pianeti e altri oggetti che ruotano attorno al Sole tutti più o meno sullo stesso piano, segno che probabilmente hanno un’origine comune.

Questa cometa, nel suo lunghissimo peregrinare attorno al Sole, lascia dietro di sé detriti distribuiti lungo la sua immensa orbita.

Tra il 10 e il 12 agosto la Terra attraversa il punto più ricco di materiali dell’orbita della cometa e i detriti, per alcuni giorni, di notte diventano visibili nella nostra atmosfera.

Già Plutarco ne conosceva l’esistenza, attribuendo queste fiammelle al corteo di Priapo, dio della fecondità. S. Lorenzo venne ucciso in quei giorni, si dice, nel 258 d. C. e ora quelle luci cadenti vengono associate dai cattolici alle lacrime per il suo martirio.

Una delle prime comete che l’uomo ha studiato con attenzione è quella di Halley. Quest’ultimo nel 1682 capì che essa diventava visibile sulla Terra ogni 76 anni e che sarebbe apparsa di nuovo nel 1758, come effettivamente avvenne. Secondo i calcoli di Halley essa passava molto vicino alla Terra. E si diffusero leggende che avrebbe colpito la Terra e l’avrebbe distrutta come castigo divino. Per questo Pierre Bayle scrisse i suoi famosi Pensieri sulla cometa, attaccando la visione idolatra secondo cui Dio punisce i cattivi su questa Terra. Punto di vista già sconfessato qualche secolo prima di Cristo dagli autori di Giobbe.

Ma torniamo alla storia della nostra cometa nata quattro miliardi e seicento milioni di anni or sono. Solo nel 1862 essa venne scoperta e identificata indipendentemente da 2 astronomi: Swift e Tuttle; per questo oggi si chiama appunto “cometa Swift-Tuttle”.

Pochi anni dopo, nel 1866, il grande astronomo e storico della scienza italiano Schiaparelli mise in connessione le lacrime di S. Lorenzo e la cometa di Swift-Tuttle, capendo che le prime erano causate dall’attraversamento dell’orbita della cometa da parte della Terra.

E quelle fiammelle non sono stelle, ma piccole particelle di polvere che viaggiando a velocità altissima nell’atmosfera si dissolvono emettendo un lampo di luce. Esse vengono chiamate “Perseidi”, perché a noi appaiono vicine alla costellazione di Perseo, con la quale, però, non hanno nulla a che fare.

E trent’anni dopo, Giovanni Pascoli scriveva, in memoria di suo padre assassinato il 10 agosto 1867: “San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla / arde e cade, perché sì gran pianto / nel concavo cielo sfavilla”. Il naturalista Pascoli, allievo a Urbino di Serpieri, conosce bene la natura di quelle fiammelle, che descrive con efficacia nell’espressione “arde e cade”.

Nel 1992 la cometa di Swift-Tuttle arrivò al suo perielio, cioè al punto più vicino al Sole della sua orbita; abbastanza visibile dalla Terra anche se non a occhio nudo; tornerà a farci visita nel 2126. Io non ci sarò, ma qualcuno di sicuro la vedrà e forse anche a occhio nudo.

Un corpo simile a questa cometa circa 66 milioni di anni fa sconvolse la Terra accelerando probabilmente l’estinzione dei dinosauri. La probabilità che proprio lei venga a collidere con noi è però molto bassa.

Oggi conosciamo un poco questo immenso cielo che ci circonda e che incute in noi rispetto e venerazione. E capirlo sempre meglio, assieme a tutti gli esseri che lo vedono, promuove in noi un senso profondo di solidarietà.

VF

L’ECONOMIA DEGLI SCONNESSI

images (1)Come discutere di cosa è ridicolo oggi? In questi giorni almeno due sono le alternative al riguardo. Da una parte le polemiche scaturite dalle vignette infelici di qualche disegnatore satirico, dall’altra le affermazioni, consentitemi, spesso ridicole riportate dai giornali su temi estremamente seri.

Il dibattito sul primo argomento non mi appassiona, e lascio ai fustigatori professionisti, invero in buona parte ondivaghi nel tempo, le valutazioni in merito.

Invece il secondo tema, anzi metatema, è assolutamente insostenibile, a mio avviso. Da tempo chi opera con l’economia reale e l’analisi economica si rende conto di quanto tutto sia strumentalizzabile. Occupati ed inoccupati, PIL e frenate, risultati di interi settori bloccati dall’assenza di logica sistemica (vogliamo parlare del turismo in superdistretti cruciali come la Romagna?), su queste tematiche ogni argomento porta a pareri i più disparati pur partendo dalle stesse informazioni di base.

Pluralismo delle opinioni, certo. Cuore della democrazia. Del resto come farebbero gli Scanzi, i Travaglio, i Gasparri, i Salvini, i Carbone, ad avere spazio mediatico se ciò non fosse consentito?

Però c’è un limite, ed è quello delle complete assurdità. Dei nessi causa-effetto ribaltati o semplicemente sconnessi. Dell’informazione banalizzata, consciamente o (forse peggio ancora) inconsciamente.

Ecco un titolo dal Corriere della Sera di oggi: Storchi, Federmeccanica, “Giù le tasse per aumentare la produttività”.

Fermiamoci al titolo, come fanno il 70% dei lettori dei giornali.

Ohibò! Da quando in qua tasse e produttività sono collegate in maniera inversamente proporzionale?

Se usassimo il buon senso, diremmo che piuttosto dovrebbe essere vero il contrario. Ad un aumento di imposizione fiscale si dovrebbe reagire con un aumento di produttività per provare ad ottenere un miglior risultato dalla singola operazione economica e quindi aumentare, obtorto collo, il reddito post tasse, per mantenere il ROI netto ad un determinato livello.

In realtà, le due “variabili economiche” (una di politica economica – le tasse, una di economia politica – la “produttività”) non sono teoricamente  collegabili in alcun modo ragionevole. La produttività è frutto di un rapporto tra un output di prodotto/servizio/semilavorato in un periodo di tempo ed un input di risorse (che serve per originare quell’output) sulle quali misurare la produttività stessa. La produttività delle vendite per ora lavorata, per esempio, è data dal rapporto (valore vendite/ore totali lavorate), valido per unità operative specifiche; e così via.

Io non sono un teorico della produttività a tutti i costi. Preferisco indicatori come il reddito netto assoluto, oppure il throughput (valore del flusso di trasformazione al netto dei costi di realizzazione).

Mi spiego con un esempio di vita vissuta. Negli anni Novanta dirigevo la divisione più profittevole nel nostro settore d’attività a livello nazionale, ambito distribuzione alimentare. Non avevamo la migliore produttività per ora lavorata, ma il livello di servizio che fornivamo ai clienti portava a volumi e valori di vendite molto alti. Rispetto ai costi operativi globali, eravamo leader. Poi subentrò una corrente di pensiero che sosteneva la tesi della produttività delle ore lavorate a tutti i costi, e con quali scelte? Ridurre le ore lavorate. Risultato? La diminuzione del servizio, con conseguente diminuzione delle vendite, e riduzione del risultato rispetto ai costi operativi.

Inoltre Thomas Piketty nel suo monumentale lavoro sul Capitale del 21° secolo ci ha dimostrato come una diminuzione di tasse senza adeguate scelte di riferimento in termini di politica economica corre il rischio di portare solamente ad un aumento della rendita di capitale e di conseguenza produrre ulteriore diseguaglianza sociale.

Voglio assegnare al rappresentante di Federmeccanica la buona fede e segnalo la possibilità che il titolo dell’articolo non rappresenti il pensiero dello stesso. Però almeno il giornalista dovrebbe avere chiari i concetti base di questi argomenti, ed esprimersi per contribuire a fare chiarezza nei lettori.

Signori, il ridicolo impera, in un contesto di culture frantumate, ideologie dissolte, valori spezzati, leadership a volte imbarazzanti (gli USA potrebbero esserne esempio massimo tra poco). E di conseguenza, se non facciamo chiarezza tra significato e significante, ci capiremo sempre meno.

La torre di Babele non pare troppo lontana. La Leggenda potrebbe diventare Storia. Ma cos’è la Storia? E il pensiero non può che correre ad Hegel, rammentando che la Storia ci insegna che (purtroppo dico io) la Storia non insegna niente a nessuno.

Maurizio Morini

 

IL DILEMMA MORALE DELLO SCERIFFO DI CALLIPOLI

imagesAristo è un pericoloso killer giramondo, fissato con il numero cinque. In ogni città in cui si trova uccide cinque vittime innocenti in cinque giorni, seminando terrore e spavento. Aristo non è mai stato acciuffato da nessuno per via della sua grande furbizia e astuzia.

L’ultima città presa di mira da Aristo è la sicura Callipoli, alle cui porte viene affisso uno strano messaggio:

“Sono arrivato in città. Questa volta voglio essere buono: consegnatemi Lebèn, la ragazza più bella della città, e prometto di non uccidere più nessuno. Altrimenti, ucciderò cinque persone in cinque giorni e me ne andrò.

Avete tempo fino a domani.

Aristo”

Lo sceriffo di Callipoli, Plato, dopo aver letto il messaggio, convoca due saggi, Miller e Kantor, per chiedere la loro opinione sul da farsi.

Miller, che arriva per primo, è un consequenzialista: crede che la migliore azione tra quelle disponibili sia quella che produce le migliori conseguenze da un punto di vista impersonale. Miller non ha dubbi sulla decisione da prendere: bisogna consegnare Lebèn. La morte di una persona, infatti, è senz’altro migliore della morte di cinque – anche se quella persona è la ragazza più bella di Callipoli.

Kantor, invece, non è d’accordo: crede che ci siano dei limiti oggettivi e universali che possono impedire il raggiungimento delle migliori conseguenze di un’azione. A Miller dice di non aver capito che cosa significhi “da un punto di vista impersonale” e che si tratta di un’espressione molto ambigua. Come può, infatti, uno sceriffo infischiarsene di Lebèn, dei disperati parenti e dei suoi numerosi ammiratori?

Anche lui è molto sicuro sulla decisione da prendere: poiché uccidere degli uomini – a prescindere dal numero, dalla razza e dal sesso – rappresenta un limite insuperabile, non si deve consegnare la ragazza ma occorre aumentare la sicurezza e acciuffare Aristo.

Lo sceriffo Plato è insoddisfatto delle opinioni di entrambi i saggi: lo sceriffo concorda con Miller sul fatto che la migliore azione tra quelle possibili sia quella che produce le migliori conseguenze ma è anche convinto – questa volta con Kantor – che sia necessario tenere in considerazione l’opinione dei suoi concittadini.

Plato, però, è in disaccordo anche con Kantor su un punto: non crede che la sua soluzione sia intelligente. Nessuno, infatti, è mai riuscito ad acciuffare Aristo e potrebbe risultare controproducente – in nome di un presunto limite insuperabile – non consegnare la bella Lebèn con il rischio di perdere cinque concittadini.

Lo sceriffo, sconsolato, non sa che decisione prendere. Le teorie di Miller e di Kantor gli sembrano annullarsi. Si rimette, allora, all’opinione popolare con una grande votazione. L’esito è del tutto inaspettato: cinque fra gli ammiratori di Lebèn, non potendo sopportare il pensiero della sua morte, si offrono volontari per essere uccisi dal killer Aristo

Aristo intanto, presente in incognito alla votazione, è molto commosso dal coraggio dei cinque uomini e decide di lasciare intatta la città e di costituirsi.

Miller e Kantor, invece, vengono subito licenziati.

Meglio affidarsi ai cittadini che a due strambi filosofi, conclude felice lo sceriffo Plato.

Marino Varricchio

 

 

 

 

LA LOGICA DI CHI VA A CORRERE SOTTO LA PIOGGIA

3cc6d9e3280c1954_running-in-the-rain.xxxlarge_1A che cosa serve oggi la logica? A nulla molti direbbero, anzi è dannosa, asfittica e imprigiona il pensiero umano.

In realtà di logiche ce ne sono tante. Ogni concetto che utilizziamo può essere reso formalmente mediante la determinazione delle regole che lo governano. Le logiche modali esprimono operatori come “è necessario che” e “è possibile che”; il calcolo proposizionale determina l’uso di congiunzioni come “e” e “o”; il calcolo dei predicati formalizza espressioni de tipo “tutti” e “almeno uno” ecc.

E le sfumature? Le formalizzazioni irrigidiscono la “realtà vivente” dei concetti, dicono in tanti.

Di fatto non c’è alcuna antitesi fra la “realtà vivente” dei concetti e le logiche, poiché, appunto, le logiche sono tante e ne nascono continuamente di nuove. Proprio questa continua produzione di nuove formalizzazioni è una chiara espressione della “realtà vivente” dei concetti.

Lo so sono un pervertito. Questa mattina mi sono svegliato con il pensiero fisso di come si possa formalizzare mediante il calcolo proposizionale un’espressione concessiva. In effetti se diciamo “anche se piove, vado a correre”, da un punto di vista proposizionale è semplicemente come dire “piove e vado a correre”. In pratica nel calcolo proposizionale gli enunciati possono essere connessi solo da “e”, da “o” e da “implica”. Certo potremmo arricchire la logica con un nuovo connettivo “A nonostante B” e cercare le regole sintattiche e semantiche che presiedono ragionevolmente al suo uso. D’altra parte il calcolo proposizionale è talmente semplice ed elegante dal punto di vista matematico che spostarsi da lì significa sempre pagare un prezzo dal punto di vista della chiarezza concettuale e dell’usabilità.

Che cosa significa “A nonostante B”? Vuol dire che sia A che B sono vere, tuttavia normalmente se B allora non A. “Vado a correre nonostante piova” vuol dire che è vero sia che vado a correre che piove, ma normalmente se piove non si va a correre.

Come si fa a esprimere da un punto di vista logico quel “normalmente”? Lo si potrebbe tradurre con “la maggior parte delle volte”. Ed effettivamente esiste una desueta logica probabilistica di tali espressioni. Magari è un buon modo per discutere da un punto di vista logico gli enunciati concessivi. Occorrerebbe indagare.

Un modo più semplice di tradurre “A nonostante B” potrebbe essere tramite “A e B, e ‘non B implica A’”. Ovvero A e B sono vere, tuttavia se fosse non B sarebbe vero A. Si può facilmente mostrare che non sussiste alcuna contraddizione fra gli enunciati “A e B” e “non B implica A”. Facciamo la prova. Piove, vado a correre, se non piove vado a correre. Tutto va bene tranne il fatto che non è ragionevole ritenere che tutte le volte che non piove io vada a correre. Bisogna allora aggiungere un insieme di condizioni che oltre al fatto che sia bel tempo rendono praticamente sicuro che io vada a correre; chiamiamole C. Allora possiamo tradurre nel calcolo proposizionale “A nonostante B” con “A e B e ‘(non B e C) implica A’”.

Ma non funziona, come mi ha fatto notare Daniele Sgaravatti, poiché nel calcolo proposizionale da A e B si può dedurre “(non B e C) implica A”.

Francesco Berto ha giustamente suggerito che bisogna usare i mondi possibili. Grossolanamente potremmo dire che “A nonostante B” è vero quando nel mondo attuale A e B sono veri, ma in tutti gli altri mondi possibili abbastanza simili a quello attuale in cui B è vero A è falso.

Sono sicuro che analizzando molti casi comuni di uso delle concessive è facile trovare esempi che non vengono adeguatamente regimentati da questa semplice formalizzazione. Questo è appunto il concetto che vive. E allora occorrerà trovare nuove formalizzazioni che valgono in quei casi. Come affermerebbe Aristotele “le concessive si dicono in molti modi”. E tra le logiche e la realtà vivente dei concetti non sussiste alcuna antitesi, anzi esse si completano utilmente.

VF

GESU’ DICE: AMA ANCHE IL COMBATTENTE DELL’ISIS

R600x__eglise-mosqueeNei giorni scorsi alcuni cattolici ultra-tradizionalisti si sono mostrati scandalizzati dal fatto che i musulmani siano stati accolti nelle chiese cattoliche, dove hanno inteso dimostrare solidarietà per il brutale assassinio del parroco francese Jacques Hamel mentrew celebrava la Messa. Secondo questi ultra-tradizionalisti si sarebbe trattato di una profanzione, e di un cedimento di fronte ad una religione (quella islamica) diversa ed ostile a quella cristiana.

Ma è davvero così? al centro del messaggio di Gesù c’è sempre stata l’esortazione a cogliere e vivere lo spirito delle norme e delle pratiche di culto, specialmente a non fare della lettera un alibi per perder di vista lo spirito. I farisei l’hanno sempre attaccato su questioni del genere (“perché i tuoi discepoli non si lavano le mani?” “perché tu non rispetti il sabato?” ecc.)  E lui ha sempre risposto che la lettera uccide, lo spirito vivifica. Non è l’uomo per la Legge, ma la Legge per l’uomo. Lui non ha mai avuto paura di farsi “profanare” dal contatto con persone di ogni genere: malfattori, prostitute, esponenti di religioni diverse, ecc.  Anzi ha detto di esser venuto proprio per loro. Perché dovrebbe sentirsi profanato se i musulmani si fanno vedere in chiesa dove i cristiani lo pregano?

Per Gesù, infatti, lo spirito di tutta la Legge (ebraica e cristiana) e di tutte le pratiche di culto è l’amore di Dio e del prossimo (i primi due comandamenti, in cui gli altri si riassumono). E a domanda esplicita su chi sia il prossimo che si deve amare Gesù risponde con un esempio di amore di una persona di religione diversa (un samaritano). Di più, Gesù ci chiede di amare i nostri nemici! quindi, ai giorni nostri, non solo i musulmani (e i seguaci di ogni altra religione), ma anche, per es., i combattenti dell’ISIS.

In realtà, sarebbe sbagliato pensare ai musulmani come nemici: è forse lo 0,01% dei musulmani che ha dichiarato guerra anzitutto ai loro stessi correligionari che non la pensano esattamente come loro, e poi anche ai cristiani (finora le vittime del fondamentalismo islamico sono soprattutto musulmane, e solo in piccola parte cristiane). Ora, premesso che nei confronti di quello 0,01% vale il diritto-dovere della legittima difesa, e dunque bisogna resistere loro coi mezzi necessari, come dovremmo comportarci nei confronti del restante 99,99%? Manifestare loro amore e solidarietà umana, incoraggiando e corrispondendo a ogni gesto analogo da parte loro (come la manifestazione di solidarietà che andando in chiesa hanno voluto offrire ai cristiani per l’assassinio   dell’abbé Jacques Hamel)? Oppure cogliere ogni occasione per mostrarsi ostili e scavare sempre più un fosso di inimicizia tra noi e loro?

L’atteggiamento cristiano è il primo, che lavora per la Pace. Il secondo, che ultimamente lavora per la guerra, è tutto fuor che cristiano. Io lo considererei un atteggiamento idolatrico, nel senso che non pone come punto di riferimento Dio, e di conseguenza l’amore, ma cose materiali ed umane, come riti, tradizioni, norme, convinzioni radicate, identità ed appartenenze etnico-religiose, viste come fine a sé stesse e come base di divisione anziché di fratellanza e arricchimento reciproco.

Mario Alai

IL NASO DI JENNIFER LAWRENCE E GLI EXTENDED SIMPLE

Jennifer-Lawrence-Plastic-Surgery-Before-and-AfterL’Italia è parte dell’Europa (la Gran Bretagna no) e il naso di Jennifer Lawrence è parte di Jennifer Lawrence (anche se è cambiato nel tempo). Fin qui ci siamo. Chiediamoci, però, se esiste un buon metodo generale per stabilire se qualcosa sia o meno una parte di qualcos’altro, cioè se esista un principio di individuazione delle parti.

È un problema difficile che come sempre ha elementi convenzionali e pragmatici. Tuttavia almeno un poco dobbiamo rispettare il detto del macellaio platonico, cioè tagliare la carne nei giunti. Anche la realtà va suddivisa in parti non troppo arbitrarie.

Limitiamo la nostra domanda al rapporto fra materia e spazio. Sappiamo bene che dopo le teorie relativistiche non possiamo più parlare di spazio, ma dobbiamo discutere di spaziotempo. Tuttavia per oggi restiamo al caso più semplice. Sappiamo anche che in relatività generale sussiste un’influenza della materia sullo spazio, per cui è difficile distinguere la componente materiale da quella spaziale, poiché la metrica che determina la grandezza delle regioni dello spaziotempo dipende dalla distribuzione di materia. Per evitare questo problema limitiamoci a situazioni in cui la gravità è bassa e quindi tali fenomeni sono trascurabili. Ma i dubbi sollevati dalla fisica contemporanea non finiscono qui. In meccanica quantistica le particelle rappresentate secondo la loro distribuzione spaziale non sono in generale delle palline, ma delle nuvole di possibili localizzazioni. Per evitare questioni di tale tipo occupiamoci solo di particelle rivelate, cioè che sono state localizzate dal processo di misurazione.

Torniamo ora alla nostra domanda: quando qualcosa di materiale ha parti?

Per comprendere meglio il problema, consideriamo un esempio alquanto eccentrico. Un pezzo di materia localizzato in una certa regione di spazio estesa, che non è fisicamente divisibile in parti, che non ha alcun salto qualitativo interno, cioè nessuna proprietà è applicabile a una sua parte, ma non a un’altra, è divisibile in parti?

Alcuni direbbero che, essendo collocato in una regione spaziale che ha parti, anche esso ha per forza parti, poiché deve sussistere una sorta di armonia fra mereologia (la logica del rapporto parte-tutto) e geometria.

Un quark è confinato in una zona dello spazio, non ha alcun tipo di discontinuità e per quel che ne sappiamo non è fisicamente divisibile. È buffo che la voce della Stanford che si occupa di queste strane entità, che vengono chiamate “extended simple”, cioè “semplici estesi” non menziona questa situazione che viene dalla fisica.

Da un punto di vista geometrico i quark sono divisibili, in quanto occupano più di un punto dello spazio. È in parte una questione di gusto se considerarli degli extended simple o meno. Se il principio di individuazione delle parti è quello del macellaio platonico, cioè per avere una parte occorre una qualche giuntura, allora i quark sono extended simple, se invece prevale il principio di armonia fra geometria e mereologia, allora i quark non sono extended simple.

Io trovo più ragionevole individuare le parti in modo platonico e non solo sulla base dell’estensione spaziale, altrimenti in un certo senso si renderebbero impossibile gli extended simple a priori. Ovvero se bastasse l’estensione per avere delle parti allora sarebbe ovvio che gli extended simple sono impossibili.

Anche se un po’ controintuitivi gli extended simple di certo non sono impossibili. Infatti essi possono facilmente essere inquadrati logicamente in una teoria mereologica arricchita di ragionevoli postulati sulle regioni. Basta dire che sono entità che occupano esattamente una regione di spazio non puntiforme e non hanno parti.

Infine gli extended simple sono una vecchia ipotesi della filosofia, che risale alle origini dell’atomismo. Infatti Democrito ipotizzava che gli atomi non avessero parti, pur essendo estesi.

Gli extended simple sono entità strane e belle che aiutano a comprendere meglio l’ontologia di base del mondo suggerita dalle scienze e empiriche.

Vincenzo Fano

GLI ZOMBIE SON TORNATI

P1-BP329_ZOMBIE_GR_20140303171024Che cosa è un filo di rame? Tutti lo sanno, soprattutto i nomadi che spesso ne rubano dai binari bloccando la circolazione dei treni. Di rame ce ne è sempre meno, è un ottimo conduttore, è facilmente lavorabile e quindi il suo prezzo aumenta.

Possiamo immaginare che molto tempo fa un artigiano da qualche parte in Europa, forse ancor prima che Plinio chiamasse il rame “cuprus” dal bronzo di Cipro, si riferì a un pezzo di rame con la parola “*aramen” (Cortellazzo, Zolli, 4, p. 1028; l’asterisco indica che si tratta di una parola non documentata). Da lì una catena causale ha fatto sì che il rame venisse chiamato “rame” in modo sempre più diffuso.

Un giorno si è scoperto che il rame ha numero atomico 29, cioè che ogni atomo possiede 29 elettroni.

A questo punto entra in scena un filosofo, chiamiamolo Kripkenstein, che si chiede se “avere numero atomico 29” sia una proprietà essenziale del rame o meno. In effetti un pezzo di rame può essere grande, piccolo, assumere varie forme, ossidato o non ossidato ecc., ma tutto il rame ha numero atomico 29.

Un altro filosofo, chiamiamolo “Pierino”, gli fa notare che tutte le proprietà macroscopiche sulla base delle quali l’artigiano stabilisce se un pezzo di materia sia o meno rame sono nomologicamente determinate dal numero atomico del rame. In altre parole esistono una serie di leggi scientifiche che spiegano il colore, la consistenza ecc. del rame sulla base del suo numero atomico. Dunque non è che il rame abbia necessariamente numero atomico 29, ma un elemento che ha numero atomico 29 ha necessariamente le proprietà macroscopiche del rame.

Pierino poi incalza Kripkenstein e gli chiede che cosa secondo lui voglia dire l’espressione “necessariamente” che stanno utilizzando.

Kripkenstein risponde che per farglielo capire deve introdurre una semantica un po’ diversa. Tutti sono abituati a pensare che l’espressione “rame” si riferisca a tutti e soli i pezzi di rame, cioè a quella che si chiama l’”estensione” del termine “rame”. Però, se vogliamo parlare del significato di espressioni come “necessariamente”, dobbiamo introdurre una semantica un po’ più complicata, cioè dobbiamo chiederci che cosa accade n mondi diversi da quello attuale. Mondi dove possono accadere cose diverse da quelle che succedono qui. Allora, conclude Kripkenstein, “necessariamente” significa “in tutti i mondi possibili”. Perciò quando diciamo che “il numero atomico del rame è necessariamente 29” stiamo affermando che è 29 in tutti i mondi possibili.

Pierino non è però soddisfatto, perché nota come Kripkenstein abbia definito il termine “necessariamente” usando il termine “possibile”; il che è palesemente circolare. Infatti in tutta la logica modale vale che “non è possibile che non è equivalente a “è necessario” e viceversa, cioè “possibile” e “necessario” sono strettamente interconnessi. Tuttavia questa definizione può anche andargli bene, prosegue, ma allora “possibile” deve significare “in accordo con le leggi scientifiche che conosciamo”. E allora torniamo a dire la stessa cosa, cioè che il rame ha necessariamente numero atomico 29, perché ce lo dicono le nostre migliori teorie scientifiche.

Kripkenstein prosegue imperterrito attaccando il materialismo sulla base della sua nuova metafisica. Ci sono alcuni che sostengono la cosiddetta “teoria dell’identità” fra mente e corpo, cioè essi affermano che quando usiamo un linguaggio psicologico o un linguaggio neurofisiologico ci riferiamo alla stessa entità, cioè a quello che possiamo chiamare il “mente-cervello”. Inoltre i termini “mente” e “cervello” si riferiscono rigidamente a certi tipi di entità, esattamente come “rame” e “numero atomico 29”, per cui se si sostiene che c’è identità, allora tale identità è necessaria, cioè vera in tutti i mondi possibili. Ma questa conclusione è assurda, poiché possono esistere mondi in cui la mente non è il cervello, quindi la teoria dell’identità è sbagliata.

Pierino è esterrefatto della sicurezza a priori di questa metafisica. Risponde poi che nel ragionamento di Kripkenstein ci sono due errori. In primo luogo “mente” e “cervello” non sono designatori rigidi, ma, senza introdurre i mondi possibili, termini definiti scientificamente tramite una serie di descrizioni. In secondo luogo la necessità a cui giunge K non è metafisica o assoluta, ma nomologica e relativa alle nostre teorie scientifiche, quindi compatibile con mondi logicamente possibili dove la mente non è il cervello.

Kripkenstein un po’ demoralizzato incalza: d’altra parte bisogna ammettere che quando si dice “rame” ci riferiamo a qualcosa che ha molte più caratteristiche di quelle che conosciamo, quindi in fondo la nostra capacità referenziale è superiore alla nostra chiarezza semantica.

Certo, risponde Pierino, su questo siamo d’accordo, l’uomo – e forse anche altri animali – è dotato di “intenzionalità”, cioè della capacità di riferirsi a qualcosa di esterno senza averne una chiara e completa concezione. E di questa capacità straordinaria, che è alla base del linguaggio, non abbiamo ancora una chiara comprensione scientifica. Non solo, per questa ragione dobbiamo continuamente aggiornare le nostre definizioni scientifiche mano a mano che comprendiamo nuovi aspetti della realtà.

A questo punto si intrufola Chalmerstein, che chiede a Pierino e Kripkenstein che cosa pensano dell’enunciato “io sono qui”, che è contingente, ma vero in tutti i mondi possibili.

I due sono un po’ interdetti.

Ve lo spiego io, prosegue C: tu Pierino usi una semantica semplice semplice, dove al termine rame corrispondono tutti i pezzi di rame di questo mondo..

Beh, interrompe P, in alcuni casi mi va bene anche quella a mondi possibili, basta che la si intenda basata sulle leggi scientifiche. In effetti quella a mondi possibili è molto importante per valutare la verità dei controfattuali, ad esempio, in storiografia: “che cosa sarebbe successo se l’Inghilterra a Monaco nel ‘38, non avesse seguito la politica dell’appeasement con Hitler?”

Quindi, prosegue C, seguendo K, abbiamo una semantica basata su un insieme di estensioni a seconda dei mondi possibili. Beh ragazzi occorre una semantica ancora più potente che a seconda del contesto assegna un diverso insieme di estensioni. Con questa semantica si vede che enunciati come “io sono qui” sono veri in tutti i mondi possibili se modifichiamo opportunamente l’estensione a seconda del contesto.

A questo punto, continua C, vi chiedo di immaginare un mondo in cui io sono fisicamente fatto esattamente come adesso, ma non ho alcun stato mentale. È possibile concepire un mondo in cui l’enunciato “un duplicato materiale di Chalmerstein è uno zombie” è vero. Quindi è possibile che esistano degli zombie. Dunque il materialismo è falso, poiché non vi è alcuna necessità che lega la realtà materiale e quella mentale.

Kripkenstein subito ribatte che il passaggio dalla concepibilità alla possibilità non lo convince. Ad esempio, che il rame non abbia numero atomico 29 è possibile, ma si può concepire senza problemi.

Chalmerstein ribatte prontamente che concepibile ha due sensi: 1. concepibile sapendo che io sono in questo mondo e 2. Concepibile in assoluto. Il rame non può avere numero atomico diverso da 29 in assoluto, ma dalla prospettiva di questo mondo è invece metafisicamente possibile. Corrispondentemente ci sono due nozioni di “metafisicamente possibile”, la prima relativa alla concepibilità 1., chiamiamola “epistemica” e la seconda alla concepibilità assoluta. È chiaro che per stabilire la possibilità metafisica assoluta occorrono indagini empiriche, mentre per quella epistemica sono sufficienti considerazioni a priori. Quella epistemica, come gli indessicali, tiene conto del fatto che io sono in questo mondo. Essa si riferisce a ciò che è effettivamente possibile e non a ciò che è controfattualmente possibile.

Perciò si può affermare che da un punto di vista epistemologico è possibile concepire gli zombie quindi il materialismo è falso.

Kripkenstein si sente attaccato da tutte le parti. Da un lato Pierino non accetta la sua nozione di possibilità metafisica e la riduce alle leggi delle nostre migliori teorie, dall’altro Chalmerstein introduce una nozione di possibilità metafisica del tutto a priori.

A Pierino, invece, gira la testa. Non se la sente di controbattere analisi così complesse. Ha però la sensazione che, a parte la scarsa pregnanza della nozione di possibilità metafisica in generale, che non si capisce su che cosa sia ancorata, resta il fatto che se Chalmerstein gli avesse dimostrato che gli zombie sono possibili in senso pieno e assoluto, allora in effetti lo avrebbe convinto. Limitandosi invece ad affermare che sono possibili solo in senso attuale, cioè rispetto al nostro mondo, gli sembra che la portata filosofica dell’argomento sia molto più debole.

Pierino non è un convinto sostenitore del materialismo. Ma certo è persuaso che il rapporto mente-corpo vada discusso su basi maggiormente aderenti ai risultati delle scienze empiriche, piuttosto che tramite queste considerazioni a priori.

VF