LE PARTICELLE INNAMORATE

quantum-entanglement-physicsGigi e Marina arrivano all’Hotel Excelsior. Hanno prenotato due camere doppie uso singola. Ognuno si sistema nella propria. Dopo un po’ Gigi decide che Marina ha dato segni di disponibilità ad approfondire la loro relazione, per cui bussa alla sua porta; Marina lo fa entrare. Marina resiste alle avances un po’ insistenti di Gigi, anche se si capisce che non le dispiacciono. Gigi demoralizzato a un certo punto torna nella sua stanza. Marina, allora pensa di avere trattato un po’ troppo duramente Gigi e quindi bussa alla sua porta. Questa volta il loro affetto si esprime liberamente. Alla fine Marina chiede a Gigi di andare nell’altra stanza a prenderle la camicia da notte, poiché vuole dormire con lui. Gigi esce e rovista lungamente nella stanza di Marina prima di trovare la veste. Finalmente egli torna stanco e trionfante e si addormenta vicino a Marina.

Gigi e Marina hanno provato tutte le 4 possibilità: entrambi nella stanza di Gigi, entrambi nella stanza di Marina, ognuno nella sua stanza, ognuno nella stanza dell’altro.

A nessuno verrebbe in mente di confondere la situazione in cui ognuno sta nella propria stanza con quella in cui ognuno sta nella stanza dell’altro.

Diverso è il caso se Gigi e Marina fossero particelle quantistiche. Due fotoni, ad esempio, possono stare solo in 3 modi e non in 4. Cioè non c’è nessuna differenza se si scambiano di stanza. In altre parole, mentre Gigi e Marina sono degli individui, gli elettroni hanno perso parte della loro individualità.

A questo punto interviene Leibniz con il suo “principio degli indiscernibili”: ma se i 2 fotoni sono indistinguibili, come facciamo a dire che sono 2? Infatti due entità che hanno tutte le stesse proprietà in realtà sono una!

No, caro Leibniz, se prendiamo ontologicamente sul serio la meccanica quantistica, il che può essere discusso, 2 particelle, anche se hanno tutte le stesse proprietà, compresa la posizione nello spazio-tempo, sono 2.

Come si fa a esprimere questa strana situazione?

Dovremmo trovare un formalismo matematico capace di dirci che in quella stanza c’è un fotone, ma non è determinato quale sia.

Si può fare. Un bravo logico-matematico ha inventato i quasi-insiemi, cioè insiemi che hanno cardinalità senza avere ordinalità. Sono quindi logicamente possibili quasi-insiemi di particelle, per i quali sappiamo quante ce ne sono, ma non sappiamo quali siano.

E’ possibile anche riabilitare il principio di identità degli indiscernibili in una forma più debole.

Facciamo un esempio banale. Poniamoci in uno spazio unidimensionale, omogeneo e orientato. Come, ad esempio l’asse delle x del piano cartesiano. Due punti, chiamiamoli Marco e Anna, si trovano a 1 metro di distanza l’uno dall’altro in questo semplice spazio. Non si differenziano in nulla, eppure sono 2. Però, rispetto all’orientazione della retta prima viene Anna e poi Marco.

E’ proprio vero che non si differenziano in nulla?

In realtà si possono discriminare dal punto di vista relazionale, poiché Anna è prima di Marco, mentre Marco è dopo di Anna.

Si dice che Marco e Anna sono “debolmente discernibili”, cioè discriminabili sulla base delle relazioni che valgono fra loro, anche se non grazie alle loro proprietà.

Anche le particelle quantistiche sono debolmente discernibili, per cui, in questa forma più debole, il principio di identità degli indiscernibili di Leibniz è stato salvato.

Vincenzo Fano

FILOSOFIA E PSICOLOGIA: UNA TESTIMONIANZA

media_362660_enRicordo che nella prima lezione di Filosofia, in prima Liceo, il professore aveva introdotto la disciplina proponendo una serie di quesiti sull’esistenza e la natura del reale, sull’uomo, sulla sua origine e destino. Mi aveva colpito la messa in discussione della possibilità stessa di conoscere e soprattutto di comunicare agli altri eventuali conoscenze. Ho scoperto allora che la Filosofia riguardava l’esercizio del pensiero e l’atteggiamento interrogativo verso il mondo e se stessi con cui avevo familiarità da quando conservo memoria di me. Ho scoperto così non solo di essere da sempre appassionata di filosofia ma di essere io stessa un “filosofo”. Ne ho avuto conferma qualche anno dopo quando, studiando Filosofia all’Università, mi sono accostata al pensiero di Gramsci, critico del diffuso pregiudizio nei confronti della filosofia come attività intellettuale molto difficile e propria di specialisti o di filosofi di professione e sostenitore dell’assunto che tutti gli uomini, pur inconsapevolmente, sono filosofi.  Nelle riflessioni gramsciane mi aveva particolarmente colpito l’enfasi sul linguaggio, come attività intellettuale basilare e condivisa, portatrice di una determinata concezione del mondo, e che poteva o essere assunta in modo inconsapevole e acritico oppure elaborata consapevolmente e criticamente, partecipando attivamente alla produzione della storia del mondo, di se stessi e della propria personalità.

Successivamente, mi ha illuminato una frase di Marguerte Yorcenaur nel suo bellissimo “Memorie di Adriano”: “l’uomo che […..] pensa […..] appartiene alla specie, non al sesso; nei suoi momenti migliori sfugge persino al concetto dell’umano” (tr. it. 2014, pag. 61).

Se il pensare, ovvero la ricerca di significato, è la cartina di tornasole della condizione umana, il momento per eccellenza in cui tale attività interrogativa viene spontaneamente esercitata è, senza dubbio, l’infanzia. L’interrogazione infantile, sospinta dalla necessità appassionata di adattarsi al mondo e di adattare il mondo a sé, può rappresentare infatti il prototipo del pensare filosofico, come sostiene Lyotard ne “Il postmoderno spiegato ai bambini”, cioè a tutti coloro che conservano la curiosità del pensiero nella sua fase aurorale, in cui l’indagine procede libera, svincolata da preconcetti e strutture che la ingabbiano. Se il pensiero libero e creativo è il mezzo della conoscenza, la possibilità di realizzare conoscenze, confutarle e, in tutti i casi progredire nella  costruzione del sapere  in forme socialmente condivise appoggia sull’adozione di un preciso metodo di ricerca, come evidenziato, in forma, a mio avviso, paradigmatica da Cartesio e Bacone.

Nel mio personale percorso di ricerca di significato (Belacchi, 2012), per l’esigenza di riscontri empiricamente fondati, abbastanza presto mi sono orientata dalla Filosofia verso la Psicologia, la Psicologia dello sviluppo, in particolare. Tra le tematiche della Psicologia dello sviluppo ho trovato fulcrale ed euristica l’indagine sui rapporti tra sviluppo del pensiero e sviluppo del linguaggio, ovvero sui processi non verbali e verbali di costruzione e condivisione delle conoscenze, questioni classiche della speculazione filosofica.

La letteratura psicologica, pur con differenti accentuazioni, da Piaget a Vygotsky a Bruner a Katerine Nelson, a Karmiloff-Smith, per citare gli autori più rappresentativi, ha ampiamente mostrato la sostanziale bidirezionalità della relazione tra pensiero e linguaggio: il pensiero, che nasce non verbale, trova nel linguaggio verbale un imprescindibile strumento di socializzazione delle rappresentazioni mentali,  divenendo, a sua volta, nel corso dello sviluppo psicologico per l’influenza soprattutto del contesto socio-culturale, prodotto del linguaggio stesso. Il linguaggio verbale infatti, grazie alla sua intrinseca struttura logico-formale, favorisce non solo lo scambio di pensieri ed emozioni, ma peculiarmente la costruzione dei concetti scientifici e delle rappresentazioni astratte. Uno status specifico tra i diversi tipi di competenza linguistica è da attribuire alla competenza definitoria, vale a dire all’abilità di esplicitare verbalmente il significato delle parole, che costituisce la componente filosofica del linguaggio ed è di per sé direttamente inaccessibile (Belacchi e Benelli, 2007). L’abilità di definire i significati codificati evidenzia in modo emblematico la funzione del linguaggio come cerniera tra mondo rappresentazionale interno ed esterno, tra esperienze private, personali e convenzioni socio-culturali. Nelle definizioni lessicografiche la forma linguistica costituisce un mezzo privilegiato, in quanto oggettivamente percepibile e valutabile, per accedere alle rappresentazioni mentali e verificarle intersoggettivamente.

Il linguaggio verbale è anche un potente mezzo per organizzare il pensiero, consentendo di economizzare le risorse cognitive, come dimostrano recenti ricerche sul ruolo dell’organizzazione semantica dell’informazione sulle prestazioni della Memoria Di Lavoro (ad es. Belacchi, Benellli e Pantraleone, 2011).

Per concludere, se in una fase iniziale di sviluppo delle scienze e delle scienze umane l’enfasi sul metodo e sugli aspetti procedurali della conoscenza hanno condotto ad affermare che “l’unità della scienza può compiersi solo a spese della filosofia” (Piaget, 1970, tr. it. pag.105) e che  “uno psicologo è in qualche misura costretto per i suoi metodi stessi di lavoro a ignorare la filosofia” (ibidem, pag. 103) in una fase evoluta, come ritengo si possa considerare la nostra, la scienza, la Psicologia, è pronta a recuperare la sua ineliminabile componente filosofica, perché la scienza ha bisogno di filosofia. Il metodo scientifico, come ha sostenuto Einstein non può prescindere da una componente filosofica, individuabile nella scelta degli obiettivi dell’indagine, che costituiscono il porto verso cui dirigere la nave della ricerca.

Carmen Belacchi

 

Riferimenti bibliografici:

Belacchi C. (2012), Da grande capirò tutto. Le domande di una bambina sul mondo. Liguori, Napoli.

Belacchi C., Benelli B. (2007), Il significato delle parole: La competenza definitoria nello sviluppo tipico e atipico, Il Mulino, Bologna.

Belacchi C., Benelli B., Pantaleone S. (2011), The influence of categorical organization on verbal working memory, British Journal of Developmental Psychology, 29, 942–960.

Lyotard F. (tr. it. 1987) Il post-moderno spiegato ai bambini, Feltrinelli, Milano.

Piaget J. (tr.it. 1970), Psicologia ed epistemologia, Loescher, Torino, 1971.

Yourcenar M. (tr. it. 2014), Memorie di Adriano. Einaudi, Torino.

 

LA FISICA PUO’ CONFUTARE IL REALISMO?

imagesIn continuazione escono i risultati di esperimenti che avrebbero confutato il realismo. Anche sul numero di giugno di Le scienze troviamo questa affermazione: “Una manciata di atomi può violare il principio di realismo. […] Per realismo si intende il fatto che la realtà preesiste all’osservazione.” (p. 22).

Proviamo a spiegare questa strana affermazione ricorrente.

Einstein, Podolsky e Rosen nel 1935 notarono che se attribuiamo realtà alle particelle prima della loro osservazione quando siamo in grado di prevedere le loro proprietà, allora necessariamente la meccanica quantistica è una teoria non locale, cioè una teoria in cui o non si possono separare oggetti distanti, oppure ci sono effetti che viaggiano a velocità infinita.

Bell negli anni Sessanta mise a punto una disuguaglianza che se violata mostrava che non ci sarebbe stata una spiegazione locale dei fenomeni quantistici.

Ormai sono innumerevoli le prove sperimentali che la disuguaglianza di Bell è violata. Ed è violata esattamente come prevede la meccanica quantistica.

Questo significa che il realismo e la violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell portano alla violazione della località.

Ora, già Einstein sembra consapevole che la località è composta da due affermazioni distinte: 1. che possiamo chiamare “separabilità” in accordo con la quale è possibile attribuire proprietà alle singole particelle; 2. la vera e propria “località” secondo la quale non è possibile che effetti viaggino a velocità superiore a quelle della luce.

Siccome le teorie relativistiche sono basate sulla località. Oggi la maggior parte dei fisici e dei filosofi che si occupa di questo problema ritiene che sia violata la separabilità e non la località. In effetti se non si possono attribuire proprietà alle singole particelle quando fanno parte di un entanglement i fenomeni quantistici sono spiegati senza bisogno di segnali superluminali.

Non solo: se accettiamo la violazione della separabilità non abbiamo alcuna buona ragione per abbandonare il realismo, cioè per non attribuire esistenza a proprietà che abbiamo previsto prima della loro misurazione.

Dobbiamo ora soffermarci su una significativa confusione presente in questa massa di articoli divulgativi e non. Il realismo non è una tesi che può essere confutata.

Possiamo confutare il modus ponens? Cioè la regola logica secondo cui da “A implica B” e “A” possiamo dedurre “B”? No, ovviamente. Al massimo potremmo trovare contesti in cui è meglio non adottare questa regola, oppure è consigliabile indebolirla.

Il realismo è simile al modus ponens, cioè è una norma che riteniamo ragionevole, non una tesi empirica.

Non possiamo quindi dire che questi esperimenti confutano il realismo. Al massimo potremmo affermare che il realismo come norma generale non è compatibile con la meccanica quantistica.

D’altra parte il realismo è una norma di ragionevolezza molto ingombrante. Le nostre teorie astrofisiche prevedono con una buona dose di sicurezza che fra 5 miliardi di anni il sole sarà una gigante rossa e che qui sulla Terra ci saranno circa 3.000 gradi, rendendo impossibile ogni forma di vita oggi conosciuta e quindi ogni forma di essere senziente. Dunque quasi sicuramente mai nessuno osserverà questo fenomeno, ma non per questo sembra meno reale.

Sembra quindi una prospettiva ad hoc quella di abbandonare il realismo nel contesto quantistico. Meglio sostenere che la meccanica quantistica spinge fortemente verso un’ontologia non separabile.

Ma i problemi non sono finiti.

Noi siamo in grado di prevedere una certa proprietà della singola particella, ma fino a quando essa si trova nell’entanglement non possiamo attribuirgliela. Questo significa che la misurazione rompe l’entanglement.

Perciò una buona interpretazione della meccanica quantistica che voglia preservare il realismo deve non solo abbandonare la separabilità, ma possedere anche una valida spiegazione di come la misurazione faccia sparire l’entanglement.

Oggi in circolazione ci sono diversi tentativi di spiegare questo fenomeno, il più comune dei quali è quello di costruire una teoria statistica secondo la quale la sovrapposizione si scioglie naturalmente quando il sistema diventa sufficientemente grosso. Per quel che capisco si tratta di ipotesi ad hoc che per adesso non hanno altre conseguenze interessanti, cioè si tratta di teorie che sono state inventate per risolvere solo questo specifico problema. Una procedura che non convince.

Concludiamo ribadendo che abbandonare il realismo è una pratica argomentativa poco giustificata e che la meccanica quantistica è ancora una teoria aperta.

Vincenzo Fano

EPISTEMOLOGIA MERAVIGLIOSA DELL’ARCOBALENO

Rainbow-wallpapers-5Uno dei fenomeni più straordinari a cui, con un po’ di fortuna, a volte assistiamo è l’arcobaleno. Il grande arco iridato è anche una buona occasione per riflettere sulla conoscenza.

L’arcobaleno si forma quando una grande quantità di goccioline d’acqua nell’atmosfera rifrangono e riflettono la luce solare. La luce entra nella goccia, viene rifratta, e quindi separata nei diversi colori, riflessa sull’altro lato della goccia e mandata verso il nostro occhio. E’ perciò chiaro che il sole deve stare dietro la nostra testa e mandare i suoi raggi verso le goccioline che stanno davanti a noi. La luce viene riflessa soprattutto a poco meno di metà di un angolo retto, circa 40°, quindi se il sole è troppo alto o troppo basso l’arcobaleno non si vede.

E’ chiaro che tutte le gocce davanti a noi riflettono e rifrangono la luce, ma noi vediamo solo l’effetto di quelle che stanno su un arco, perché il fenomeno si osserva solo dall’angolazione giusta. Se ci spostiamo perciò l’arcobaleno si sposta con noi, ma in realtà è formato da gocce diverse.

Dall’analisi di questo fenomeno impariamo prima di tutto come l’intuizione ci inganna radicalmente. Muovendoci a noi sembra di vedere lo stesso arcobaleno, che però è composto da parti completamente diverse. E capiamo anche che nella nostra intuizione le parti di un oggetto e l’oggetto possono essere senza alcuna sovrapposizione.

D’altra parte non tutto ciò che vediamo è ingannevole. La percezione non è una completa illusione. Infatti la rifrazione dà effettivamente origine alla scomposizione della luce nelle diverse lunghezze d’onda, cioè i colori. L’iride esiste realmente. Certo però noi ne vediamo solo una piccola parte a causa della nostra posizione.

In altre parole esaminando l’arcobaleno capiamo anche l’immensa limitatezza delle nostre possibilità percettive. Infatti il fenomeno capita in ogni direzione, ma noi vediamo solo il semicerchio che ha l’angolo giusto rispetto a noi.

Come si legge su wikipedia, l’arcobaleno suscitò emozioni importanti ai poeti romantici inglesi. Keats sosteneva che Newton, spiegandolo, ne avesse dissolto la meraviglia. Wordsworth, per contro, ben consapevole della sua parziale spiegazione scientifica, ne era comunque profondamente colpito.

Il grande zoologo e divulgatore Dawkins è invece convinto che nulla come la scienza disveli la bellezza della natura. Tanto da prendere le mosse proprio dall’esempio dell’arcobaleno, fin dal titolo di un suo libro.

Di certo non si può negare che gli ultimi quattro secoli siamo stati testimoni del fenomeno che Max Weber chiamava “disincantamento” (Entzauberung). Sicuramente oggi non possiamo senza ipocrisia riproporre vecchi miti che hanno motivato l’uomo per millenni. Resta però che, per chi conosce un po’ le scienze empiriche, l’enormità di ciò che non abbiamo ancora compreso comunque ci sovrasta. Inoltre l’attività di capire i pochi frammenti della realtà che i nostri modelli ci porgono è sempre meravigliosa.

VF

IL TRANSUMANO E L’EVOLUZIONE

exploringtraLo spirito del contemporaneo quasi si identifica con lo sviluppo tecnologico e con l’inclusione del Virtuale e del Cibernetico nella nostra cultura e costituzione psicofisica. Il Transumanismo riguarda in particolare l’uomo, prevedendo l’Evoluzione Postbiologica, cioè il momento nella nostra storia in cui le mutazioni genetiche non saranno più causate e trasmesse da sé, ma da unità artificiali o ibride come le nanomacchine, sequenze sintetiche di DNA o programmazioni per controllare interazioni genetiche specifiche. Il movimento promuove l’enhancement, aumento o potenziamento dell’uomo tramite diversi innesti cibernetici al fine di diventare un transumano. Trascendere l’umano qui vuol dire essenzialmente due cose: la prima è che verranno semplicemente aumentate le normali capacità fisico-cognitive per permettere un raggio d’azione più ampio; la seconda è che tutte le capacità umane saranno esperite e interagiranno ad ogni livello in modi armonici, e risultanti in una nuova transpercezione che permette un’esperienza totalizzante, inclusiva degli aspetti sensoriali già esistenti.

Per la prima parte abbiamo per esempio gli esoscheletri, traduttori in tempo reale che possono essere inseriti nell’orecchio senza collegamenti esterni, oppure gli occhiali per la Realtà Aumentata. Tutte tecnologie che incrementano le capacità umane agendo direttamente sull’uomo senza tuttavia interferire con la sua natura. Una volta esaurito il loro compito, possono essere messe da parte. Per la seconda invece abbiamo innesti che vengono impiantati direttamente nel corpo, come sonde o chip sottocutanei, fino ad arrivare allo stentrode, un convertitore di segnali neurali che viene inserito in un vaso sanguigno del cervello e che può convertire gli impulsi cerebrali in segnali per comunicare con diverse macchine, oppure permettere ai paralitici di camminare di nuovo. Qui entriamo già nel cibernetico, e abbiamo un’interfaccia che non può essere separata dal corpo e diventa parte integrante della persona.

Pensiamo a Neil Harbisson, un artista impossibilitato a vedere i colori fin dalla nascita, che per risolvere il suo daltonismo ha impiantato nel suo cervello un Eyeborg, un’antenna che riesce a convertire le frequenze sonore in colori. Neil può letteralmente vedere i suoni, diversamente da ciò che avviene nella sinestesia, per cui ogni percezione è immediatamente associata all’altra tale che entrambe si attivano all’unisono. Dopo un po’ di tempo l’artista ha anche iniziato a sentire i colori, quando il suo cervello si è adattato al nuovo innesto. Questa percezione particolare, che Neil ha definito sonocromatismo, è propria di ciò che ci si aspetterebbe da un transumano, ossia l’uso delle funzioni cognitive che risultano in una totalità sensoriale che è più della somma delle parti. Ormai il musicista stesso si definisce un cyborg a tutti gli effetti, e così è stato riconosciuto dal governo britannico.

La cibernetizzazione per ora è già attuata nel campo prostetico per ragioni mediche, dove grazie alla stampa 3D e alla tecnologia neurale è possibile collegare una protesi in maniera non invasiva, programmando l’arto bionico a rispondere a determinati stimoli nervosi registrati dall’impulso neurale dell’individuo. Occasionalmente si può dotare queste protesi di ulteriori interfacce, come nel caso di James Young, che ha ricevuto un nuovo braccio completo di drone, torcia e altre funzioni direttamente dal mondo videoludico.

Il legame tra organico e cibernetico, la modifica genetica per rallentare e potenzialmente impedire l’invecchiamento, la programmazione digitale di cellule organiche, tra cui i neuroni, anche se sono progetti meno praticati o ancora in fase di sviluppo, offrono un piccolo sguardo a ciò che si sta preparando per essere parte dell’essenza dell’uomo e andare ancora oltre il bodyhacking che vediamo adesso. Tutto questo ci porta a chiederci perché si sente la spinta a unire organico e macchina, e perché sempre più persone ne sono così affascinati da volersi modificare pure senza apparente bisogno. Qual è la natura del cibernetico e dove siamo diretti noi come specie? Uno dei motivi principali è l’evoluzione.

Ian Tattersall nel suo libro Becoming Humans spiega che dal Sapiens in poi non ci saranno nuove specie di Homo. Il primo motivo è che siamo la specie dominante sul pianeta, nel 2050 saremo 9 miliardi, e dato che ci siamo sempre più separati dalla dinamica degli ecosistemi naturali, e non abbiamo di che temere da nessun’altra creatura, anzi è vero il contrario, non abbiamo più modo di ricevere gli stimoli necessari a promuovere nuove modificazioni e speciazioni. Il secondo motivo è che la nostra società globalizzata non permette più popolazioni isolate geologicamente, non offre quindi le condizioni ideali per lo sviluppo di una modificazione interspecie. Anche in futuro nell’ambiente spaziale Tattersall non vede occasioni; impossibile isolare totalmente colonie su altri corpi celesti, dove la sopravvivenza sarà dettata proprio dai collegamenti interplanetari. Si potrà forse parlare di adattamenti, sebbene lo spazio non sia l’ambiente ideale per il nostro corpo a causa dell’assenza di gravità e della quantità di radiazioni a cui si è esposti, ma non di evoluzione. Anche la manipolazione genetica per Tattersall non sortirà effetto, a meno che non si voglia isolare una popolazione umana apposta per permettere alla mutazione di attecchire naturalmente, cosa improbabile. Per il nostro organismo quindi ormai possiamo vivere così come siamo. Siamo in stasi.

Se l’evoluzione sembra essere il nostro limite organico, la Tecnologia e l’uomo stanno già mostrando di poter andare oltre, al punto da poter considerare come evolutiva proprio la nascita del transumano. Due scienziati dell’Università di Adelaide, Maciej Henneberg e Arthur Saniotis, hanno scritto nella loro opera The Dynamic Human che è possibile considerare come prossimo gradino evolutivo la sintesi cibernetica dell’uomo. Ciò che è particolarmente ben accetto è che quest’opera non parla solo del nostro possibile aumento tecnologico, ma ricorda il bisogno di recuperare e integrare un approccio intuitivo alla conoscenza tramite un approfondimento delle esperienze interiori che i due definiscono “sciamaniche”, e degli stati della coscienza, che in altre parole si rifanno all’inconscio e alla Natura. Se da un lato ci uniamo alla macchina, è bene accompagnare questa tecnologizzazione con una comprensione e integrazione del nostro elemento naturale e inconscio nel suo aspetto più primigenio, per ricordarsi che rendersi transumani non significa non essere più umani, e che in fondo, almeno per ora, nessuna tecnologia dona la saggezza di chi ha attraversato il deserto e ne è uscito più individuato.

Dato che per ora gli esseri umani nascono ancora completamente organici, ogni sintesi non medica equivale ad una operazione intrusiva che in fin dei conti resta un aumento convenzionale, almeno finché si vive sulla Terra, dettato più dalla fascinazione che dal bisogno. Quando i nostri ovuli formeranno feti cibernetici, potremo dire di aver raggiunto una piena transumanità; fino ad allora procediamo con calma, e ricordiamoci di conoscere meglio noi stessi prima di modificarci in qualche modo. Così saremmo sicuramente più preparati ad affrontare qualsiasi transpercezione e ampliamento della nostra consapevolezza derivanti dalla cibernetizzazione.

Alessandro Mazzi

L’EREDITA’ E’ UN FURTO?

Inheritance-tax_2476151bMolti degli errori filosofici sono mezze verità, il loro limite sta nel cogliere solo una parte del problema e assolutizzarla a scapito dell’altra. Lo stesso vale talora per le dottrine politiche, sociali od economiche. Prendiamo i due sistemi socio-economici che hanno caratterizzato il mondo occidentale moderno e contemporaneo: il liberalismo capitalistico e il socialismo collettivistico. Il primo riconosce che la libertà economica fondata sulla proprietà provata è (a) un diritto naturale dell’essere umano in quanto dotato di libero arbitrio, e dunque non solo (b) una condizione necessaria per una vita felice, ma anche (c) di fatto consente un’organizzazione economica più efficiente. La storia recente ha chiaramente dimostrato (c), e questo, anche se non bastassero altre considerazioni, sarebbe già un valido motivo per ipotizzare (a) e (b). Purtroppo il liberalismo capitalistico comporta gravi ed ingiustificate diseguaglianze: molti lo riconoscono, ma ritengono che questo sia un prezzo che val la pena pagare a fronte di (a), (b) e (c), e al più si possano mitigare tali ingiustizie con i palliativi dello stato sociale.

Il socialismo collettivistico riconosce che per un motivo di basilare giustizia ogni essere umano ha uguale diritto (a parità di impegno nel lavoro) di godere delle risorse del pianeta. Purtroppo per assicurare questo uguale diritto elimina la proprietà privata, perdendo così la libertà e l’efficienza della vita economica (e di fatto minando anche le libertà civili e politiche, dato che l’economia fa da base agli altri aspetti della società). Oltre a tutto il collettivismo non realizza nemmeno una giusta distribuzione, perché rendendo la proprietà comune attribuisce i medesimi diritti a chi si impegna molto e a chi s’impegna poco o nulla.

Ma un sistema che unisca i pregi di entrambi e ne escluda entrambi i difetti sarebbe possibile, e consisterebbe semplicemente nel liberalismo capitalistico senza il meccanismo dell’eredità individuale: un’economia di mercato con collettivizzazione dell’eredità. Le differenze che si creano alla nascita per il fatto che l’uno eredita una fortuna e l’altro non eredita nulla sono immorali (perché non c’è nessun merito o demerito che le possa giustificare), e non servono all’efficienza del sistema perché nulla assicura che chi eredita molto sia il più adatto a far fruttare i capitali ereditati, e chi eredita poco o nulla sia meno adatto. Anzi sappiamo che spesso avviene il contrario. Inoltre, dato che l’utilità marginale decresce con l’aumentare delle ricchezze, distribuirle in modo più uguale assicurerebbe che tutti ne avessero e ne traessero una maggior utilità marginale, massimizzando così l’utilità marginale a livello sociale. Giustizia ed efficienza sarebbero dunque assicurate facendo sì che ogni membro di ciascuna nuova generazione erediti in parte uguale quanto viene complessivamente lasciato dalla generazione successiva.

In questo modo tutti partirebbero alla pari, potendo godere delle medesime opportunità. Questa eguaglianza non porrebbe però alcun limite alla libertà di azione economica di ciascuno, perché salvo per questo aspetto il sistema resterebbe quello della libera economia di mercato. Nel corso della vita si creerebbero certe differenze di ricchezza e posizione sociale tra le persone. Ma intanto sarebbero molto minori di quelle che caratterizzano il sistema capitalistico; e poi sarebbero moralmente più giustificate, essendo frutto del diverso apporto fornito da ciascuno alla società col proprio lavoro. Inoltre tali differenze sarebbero funzionali all’efficienza del sistema: infatti a lungo andare si troverebbero ad esser provvisti di maggiori risorse proprio coloro che sanno farle meglio fruttare.

Si potrebbe obiettare che questo sistema nuocerebbe all’efficienza, in quanto normalmente la prospettiva di poter lasciare le proprie fortune ai figli è un incentivo alla produttività. Credo però che ciò sia assai più apparente che reale: chi lavora con impegno e passione lo fa soprattutto per la soddisfazione che trova nel lavoro. Lo scopo di migliorare le condizioni future dei propri figli (o dei dipendenti della propria azienda, o del paese, o di lasciare ampia fama di sé, ecc.) sono certo dei moventi nobili, ma psicologicamente parlando sono soprattutto dei piccoli alibi, come gli obiettivi di prestazione che si pone che fa corsa o ciclismo, i quali non hanno valore in sé, ma solo come motivazioni per l’attività sportiva in quanto tale. Ci sono alcuni che veramente si sobbarcano enormi fatiche esclusivamente in favore dei propri figli, ma sono quelli talmente poveri che altrimenti non potrebbero assicurare loro il minimo di sopravvivenza, e dunque non avrebbero comunque nulla da lasciar loro in eredità. Se poi la psicologia sociale dovesse dimostrare il contrario, che cioè anche per i benestanti la possibilità di far ereditare i propri figli è un incentivo reale, si potrebbe risolvere il problema consentendo di ereditare una parte piccola ma in percentuale della fortuna dei genitori (ad esempio, il 3%). Così, più ci si arricchirebbe più si potrebbe lasciare ai figli, e nel contempo sarebbe assicurata una sostanziale eguaglianza di partenza alla prossima generazione.

L’applicazione concreta di questa idea può presentare certo alcuni problemi pratici, ma probabilmente non più della realizzazione di qualunque altro sistema di distribuzione della ricchezza. In compenso semplificherebbe di molto il sistema fiscale attuale, in quanto una tassa di successione del 97% permetterebbe di eliminare ogni altra forma di tassazione diretta e indiretta, nonché ogni contributo previdenziale e assistenziale. Inoltre, come già osservato, in tal modo si sostituirebbe una tassa moralmente giustificata (in quanto colpisce una ricchezza del tutto immeritata) a imposizioni assai meno giustificate (in quanto colpiscono ricchezze che sono frutto del proprio lavoro). Naturalmente, per chi eredita poco o nulla, la tassa diventerebbe negativa.

In concreto, l’Istituto Centrale di Statistica dovrebbe calcolare qual è in ogni momento il livello di ricchezza media pro-capite del Paese, tassare quanto nell’eredità ricevuta da ciascuno eccede quel livello (salvo eventualmente il 3% di cui si è detto), e col ricavato (a) provvedere agli apparati statali, pubbliche amministrazioni, assistenza e previdenza e (b) portare al livello medio di ricchezza anche chi dai propri ascendenti eredita una somma inferiore. Naturalmente, ad evitare un facile aggiramento della tassa di successione, nell’eredità da tassare si dovrebbero computare anche i doni precedentemente ricevuti al di sopra di un certo valore: quelli cioè che non siano il normale dono di Natale o di compleanno, ma case, terreni, imprese, capitali, beni di lusso, ecc. Questa potrebbe esser la condizione tecnicamente più complessa da realizzare, ma non più di quanto lo sia oggi stabilire l’effettivo reddito da tassare per chi non percepisce un reddito fisso, o assicurare che l’IVA sia debitamente pagata su ogni transazione.

Forse si potrebbe pensare che il meccanismo dell’eredità privata è necessario a accumulare, generazione dopo generazione, quei grandi capitali che stanno alla base delle maggiori imprese di oggi. Ma è facile capire che esse potrebbero sostenersi ugualmente bene (o forse meglio) su un meccanismo di azionariato diffuso, che una sostanziale uguaglianza di partenza tra tutti i soggetti renderebbe possibile. Come ciliegina sulla torta, osserviamo che il nostro sistema potrebbe massimizzare i vantaggi del liberalismo e minimizzare gli svantaggi del collettivismo riducendo l’intromissione dello stato e degli enti locali nell’economia: scuola, cultura, sanità, previdenza, poste, trasporti, dovrebbero esser assicurati a tutti tramite un sistema di buoni, e non per gestione diretta da parte del pubblico.

Mario Alai

I MIRACOLI DELL’EPISTEMOLOGIA

imagesSe è noto ormai l’impegno profuso da Giovanni Paolo II durante il suo pontificato alla riapertura del ‘caso Galilei’ e alla sostanziale riabilitazione dello scienziato pisano, meno noto è il percorso che lo ha condotto a questa scelta ritenuta strategica non solo per la Chiesa ma per il mondo intero, percorso caratterizzato in un primo momento dal ruolo trainante affidato all’Accademia Pontificia delle Scienze con l’obiettivo di far dialogare fra di loro scienziati di ogni nazionalità credenti o meno e dopo dall’interesse sempre crescente verso la riflessione epistemologica. È da tenere presente che tale interesse si sviluppa e arriva a determinate prese di posizione da un lato man mano che le ricerche sulle complesse vicende del ‘caso Galilei’ si intensificavano in quanto gli hanno permesso di prendere atto del ruolo non secondario avuto dai dibattiti dell’epoca sulla natura della nuova scienza e sulle sue ‘verità’; e dall’altra la stessa attiva partecipazione alle plenarie dell’Accademia con gli incontri con scienziati di ogni tendenza gli ha consentito di verificare direttamente che la maggior parte dei dibattiti avvenivano proprio su questioni relative alla ‘verità’ delle diverse teorie scientifiche all’interno delle varie discipline. Basta, infatti, scorrere i suoi interventi a partire dai primi mesi del 1979 sino agli ultimi anni che culmineranno nella ‘Fides e ratio’ del 1998, per verificare il suo crescente interesse verso l’epistemologia sempre più ritenuta una disciplina necessaria e strategica fino a fare entrare nella stessa Accademia alcune figure di filosofi e di storici della scienza; questi interventi[1] se all’inizio erano d’occasione e di benvenuto ai partecipanti man mano arrivano a proporre dei punti di vista elaborati in funzione di un determinato obiettivo, quello di trovare una soluzione che aiuti a superare i secolari conflitti fra le verità della scienza e le verità della fede o quanto meno a fornire nuovi strumenti di dialogo critico e costruttivo fra il mondo della scienza e il mondo della Chiesa e dei credenti in genere.

A tale riguardo il pontefice polacco ritiene il ‘caso Galilei’ istruttivo per tutta una serie di fattori, da cui ritiene di dover partire per non incorrere negli stessi errori e per evitare quei dolorosi fraintendimenti che hanno costellato i non lineari rapporti della Chiesa col pensiero filosofico-scientifico moderno; come dice in una lettera del 1992 inviata all’allora Rettore dell’Università di Padova in occasione di un convegno su Galilei, «una delle conseguenze benefiche derivanti dalla ‘Questione Galileiana’ è stata quella di stimolare la riflessione epistemologica». In seguito, «il moltiplicarsi delle ricerche epistemologiche da parte degli uomini di scienza è, al riguardo, molto incoraggiante […] Quanto ai teologi, occorre riconoscere che, sotto la spinta delle scoperte scientifiche via via attuate, essi sono stati progressivamente condotti a una riflessione più approfondita circa l’ermeneutica biblica […] Nel secolo XVII gli avversari di Galilei, disorientati dalla teoria copernicana […] non seppero veder chiaro nella controversa materia»[2]. Ma ciò che mise ulteriormente in difficoltà gli ‘avversari’ di Galilei fu un fatto inedito nella storia del pensiero umano, cioè la comparsa sulla scena dei dibattiti della riflessione epistemologica da parte dello scienziato pisano come momento costitutivo e strutturale della stessa attività scientifica, come vera e propria filosofica militia nel senso propugnato da Federico Cesi quando fondò a Roma nei primi anni del ‘600 l’Accademia dei Lincei; quando si osserva il «gran theatro della natura« grazie alla «penetrazione dell’occhio della mente» come «l’oculatissima lince» è necessario «rimuovere tutti li ostacoli»[3], spazzare via pregiudizi e false verità anche se secolari e messe a base di vari saperi.

Galilei ha spiazzato i suoi ‘avversari’ già molto ‘disorientati’ con le sue penetranti analisi sul valore delle ipotesi, delle teorie e sul ruolo costitutivo della matematica; ma non si è limitato a fornirci nuovi strumenti di investigazione critica del ‘continente’ scienza col dare alla cesiana ‘filosofica militia’ una più organica valenza teoretica, ma ne ha esteso i risultati ad altri saperi ed in primis alla stessa teologia spiazzandola ed obbligandola a rivedere il proprio statuto. Questo è stato il primo ‘miracolo’ ottenuto dalla ‘filosofica militia’, dalla riflessione epistemologica; la riflessione critica, condotta da parte di Galilei, sulla struttura concettuale della nuova scienza e soprattutto sulle modalità con cui nuove ‘verità’ sono venute a galla, è stata coscientemente utilizzata per rivedere altre ‘verità’, quelle bibliche, liberandole definitivamente da quella che Giovanni Paolo II ha chiamato ‘la tirannia del letteralismo bibllico’, su cui si attardavano ancora i teologi del ‘600, grazie a quel «piccolo trattato di ermeneutica biblica»[4] costituito dalle Lettere copernicane. Per questo motivo il pontefice polacco ritiene la riflessione epistemologica sempre più necessaria per le varie discipline, proprio per le ulteriori conoscenze che esse continuano incessantemente a produrre sempre più bisognose di essere chiarite nei loro aspetti storico-concettuali; i benefici, poi, ottenuti dalla filosofia e dalla storia della scienza si ripercuotono sugli altri saperi costringendoli ad essere più critici, ad allargare i propri orizzonti conoscitivi e ad aprirsi a diverse prospettive, a ridefinire i rispettivi ambiti ed ad evitare riduzionismi sempre in agguato.

L’altro ‘miracolo’ della riflessione epistemologica è stato quello di ridare a Galilei il suo giusto ruolo, di ammettere gli errori compiuti nei suoi confronti e di riaprire il mondo della Chiesa al mondo della scienza[5]; tutti i suoi interventi all’Accademia Pontificia delle Scienze sono un invito costante a non sottovalutare la riflessione filosofica in generale e quella epistemologica in particolare, ritenute in grado di affrontare su nuove basi il dialogo fra verità della scienza e verità bibliche, e soprattutto di dare strumenti in grado di individuare i travisamenti ideologici che a volte subiscono le teorie scientifiche, soprattutto alcune interpretazioni della teoria dell’evoluzione. Uno degli insegnamenti di natura più generale che il pontefice polacco trae dalle contraddittorie vicende storiche dei rapporti fra scienza e fede è di finirla una volta per tutte con quelle che egli chiama nella lettera a Padre Coyne ‘insidie epistemologiche’, posizioni di cui sono vittime credenti ed non credenti: concordismo da parte dei credenti e contrapposizione netta da parte dei non credenti. Il concordismo, cioè quella posizione venuta prima a maturazione fra ‘700 e ‘800 da parte di alcuni scienziati e poi divenuta quasi ovvia per il credente, è quella di cercare delle conferme delle verità di fede in alcune teorie; la contrapposizione netta è quella opposta portata avanti da scienziati atei e da non credenti in genere che in nome di alcune teorie scientifiche ritengono infondate e se senza senso per l’uomo le verità dell’esperienza di fede. Per Giovanni Paolo II, la comprensione storico-critica del ‘Caso Galilei’ rende arretrate e ingenue, per non dire infantili queste due posizioni contrapposte, sino a diventare vere e proprie ‘insidie’ nel senso che portano entrambe al conflitto fra le verità della scienza e quelle della fede; per questo motivo egli si ritiene su questi argomenti un galileiano, certamente sui generis, nel senso che accetta l’autonomia di questi ambiti, ma nello stesso tempo essi vengono ritenuti interdipendenti perché soprattutto possono arricchirsi a vicenda senza sovrapporsi, come nel caso di Galilei. Questo ‘miracolo’, inoltre, porta dall’epistemologia all’ermeneutica e potremmo dire, sulla scia di Dario Antiseri, che «epistemologia ed ermeneutica ‘unum et idem sunt’»[6]. La lezione storico-epistemologica del ‘Caso Galilei’ ha innescato quindi queste riflessioni da parte di Giovanni Paolo II, che certamente non si vuole far passare per un epistemologo, ma solo far vedere come l’interesse costante per la filosofia della scienza abbia avuto un ruolo non secondario nelle scelte strategiche di un pontificato.

Mario Castellana

 

[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Scienza e verità, a cura di M. Castellana, Lecce-Brescia, Pensa Multimedia, 2010; è da notare che molti incontri su sua espressa volontà sono stati volutamente dedicati a grandi scienziati del passato e del ‘900 come Galilei, Newton, Darwin, Mendel, Einstein, Grossman, ecc. Altri incontri vertevano su problemi dell’astrofisica, della biologia, delle neuroscienze, delle scienze della complessità, delle scienze applicate come anche delle scienze sociali ed economiche.

[2] Tale lettera di Giovanni Paolo II si trova nel ns. «Epistemologia ed ermeneutica. Le benefiche conseguenze del ‘Caso Galilei’ per Giovanni Paolo II», in Foedus, 39, 2014, pp. 58-69.

[3] F. Cesi, Il natural desiderio di sapere. The Natural Desir for Knowledge, a cura di C. Vinti, Vatican City, Pontificia Academia Scientiarum, 2003, p. 126.

[4] Cfr. Giovanni Paolo II, «Lettera al Rettore dell’Università di Padova» e «Lettera a Padre Coyne» (1998), in Scienza e verità, op. cit., pp. 107-118.

[5] Significativa a tale riguardo il fatto che nei primi anni del nuovo secolo l’introduzione contestuale nei seminari degli insegnamenti di ‘Epistemologia’ e di ‘Ermeneutica’, come è significativo il fatto che col successivo pontificato tali insegnamenti sono scomparsi sostituiti da insegnamenti più tradizionali.

[6] D. Antiseri, «Quando, come e perché epistemologia ed ermeneutica ‘unum et ideem sunt’», in H. Albert-D. Antiseri, Epistemologia, ermeneutica e scienze sociali, Roma, Ed. LUISS, 2002, pp. 51-109.

SPAZIOTEMPO: UNA DISCUSSIONE IN BULGARIA SENZA VOTAZIONI “BULGARE”

imagesLa IV International Conference on the Nature and the Ontology of Spacetime quest’anno si è tenuta a 15 km da Varna, città che, citando l’affidabile Lonley Planet, si rivela essere di gran lunga la più interessante e cosmopolita del Mar Nero. Ed è proprio di fronte alla lunga spiaggia bulgara che si trova l’hotel dove fisici, matematici e filosofi di fama interazionale hanno deciso di esporre le loro tesi sull’ontologia dello spazio e del tempo.

Quando scrivo nomi di fama internazionale intendo personalità come Dennis Dieks e il premio Nobel per la fisica Greald’t Hooft (Utrecht University), Fred Muller (Erasmus University Rotterdam), Oliver Pooley (University of Oxford), Vesselin Petkov (Minkowski Insitute) e, tra le eccellenze italiane, Marco Giovanelli (University of Tuebingen) Lorenzo Maccone (Università di Pavia) Francesca Vidotto (Radbould University) –una delle poche donne presenti, oltre, ovviamente, alla dottoranda Antonella Foligno (Università di Urbino) e alla sottoscritta.

In questo spaziotempo (perdonatemi il facile gioco di parole) di pochi giorni si intrecciano indistintamente questioni storiche, fisiche, matematiche e filosofiche, in miscuglio di inglese, italiano, olandese, spagnolo e italiano. Il tutto ovviamente condito da (buon) abbondante caffè bulgaro!

Tra tutte le questioni poste, il fil rouge che lega le esposizioni degli speaker può identificarsi nel seguente interrogativo: alla luce della rivoluzionaria struttura dello spaziotempo si può affermare una rivincita della tesi relazionista rispetto a quella sostantivalista?

Rispolveriamo brevemente le radici storiche del dibattito per chiarire meglio la situazione. Tra il XVII e il XVIII secolo nacque la disputa tra due correnti di pensiero opposte: sostantivalisti e relazionalisti. I primi, sostenuti da Newton, propongono l’idea che lo spazio e il tempo siano una sorta di “sostanza” che persiste in maniera indipendente rispetto agli oggetti collocati in esso. Una posizione molto intuitiva di per sé. Supponiamo di avere un acquario. Qualora vengano eliminati i pesci, rimane un acquario? Assolutamente sì. Qualora venga eliminata anche l’acqua, rimane comunque un acquario? Certo! Allo stesso modo, afferma un sostantivalista, pur eliminando tutti gli oggetti materiali dallo spazio, esso persiste, indipendentemente dalla loro esistenza.

Sul lato opposto della strada si pone il relazionismo. Tale corrente – di origine aristotelica e sviluppata nel ‘700 dal famoso carteggio tra Leibniz e Clarke –  sostiene, invece, la tesi per cui lo spazio dipende totalmente dall’esistenza fisica degli oggetti materiali, e, in particolare, dalle relazioni che sussistono tra questi oggetti e le loro parti. Lo spazio non è una sostanza, poiché è ontologicamente dipendente dagli oggetti materiali. Il classico esempio riportato in questa sede chiarisce in modo cristallino qualsiasi dubbio: un albero genealogico esiste solo in virtù delle relazioni tra i membri di una famiglia senza le quali non ci sarebbe alcun ramo e, di conseguenza alcun tronco. Allo stesso modo lo spazio si definisce grazie alle relazioni degli oggetti materiali, poiché uno spazio vuoto non ha esistenza alcuna.

L’utilizzo di argomenti più strettamente empirici legati alla dinamica e alla cinematica di Newton portarono la maggior parte dei fisici a sostenere la tesi sostantivalista, piuttosto che supportare le tesi teologico-metafisiche di Leibniz.

Con l’introduzione della relatività di Einstein nel 1905 questa accesa discussione mutò: le nozioni di spazio e di tempo classiche, a tre dimensioni, equivalenti ed omogenee tra loro, vengono ritrattate alla luce della nozione di spaziotempo, ossia una struttura quadrimensionale dell’universo che rende lo spazio e il tempo omogenei. In questo caso, la collocazione spaziale e quella temporale diventano strettamente dipendenti dal sistema di riferimento in cui gli eventi hanno un loro sviluppo, per cui ogni sistema di riferimento presuppone diverse coordinate spaziotemporali. Non esiste più uno spazio assoluto, né un tempo assoluto, ma una struttura dell’universo che influenza e viene influenzata dalla presenza della materia in esso. Materia ed energia sono due aspetti della stessa medaglia (ricordiamoci la famosa legge E= mc2) e la curvatura dello spaziotempo viene definita dalla presenza di materia in esso. Quindi un qualsiasi oggetto materiale inserito in un campo gravitazionale è causa di una curvatura del campo stesso. Ad esempio, il Sole, avendo una massa molto elevata, deforma così tanto la struttura spaziotemporale da condurre i pianeti a girare attorno alla sua orbita.

Uno spazio che si curva, che si modifica, che si ondula in base alla presenza di oggetti materiali sembra quindi fornire buone ragioni per confermare una ripresa della tesi relazionista, mettendo da parte la tesi sostantivalista.

Tuttavia è giusto chiedersi: è davvero una sconfitta senza riserve del sostanzialismo, o piuttosto si tratta di un ritiro dalla partita, e quindi la vittoria del relazionismo è una scelta obbligata? Alcuni filosofi della scienza ritengono possibile introdurre una terza via: il cosiddetto strutturalismo spaziotemporale. Dorato (2000), Wüthrich (2009) e Muller (2011) sono alcuni dei filosofi che sostengono questa linea. Strettamente parlando, dopo l’avvento della relatività generale si ipotizza che non sia più possibile parlare di “oggetti materiali” come classicamente si è soliti fare, ma solamente di “eventi”, fatti che, essendo quadridimensionali, coincidono esattamente con lo spaziotempo che occupano e deformano. In quest’ottica, gli oggetti non sono altro che un caso particolare di eventi in cui la temporalità è così tanto lenta da sembrar permanenti. Secondo questa linea quindi lo spaziotempo può essere considerato un’entità solo in relazione alla materia che contiene, ma questo qualcosa che lo contiene è esso stesso spaziotempo. In parole povere, si può considerare una sostanza con una sua entità, poiché si deforma in base alla presenza di oggetti materiali contenuti al suo interno, tuttavia, è definito dalla relazione con tali oggetti materiali.

C’è anche chi, come Robert Rysianewic, sostiene che la disputa è ormai datata, poiché la relatività generale impedisce una chiara distinzione fra aspetti geometrici e materiali.

E quindi? Che cosa significa attribuire un certo tipo di conseguenza metafisica piuttosto che un’altra a una teoria fisica? Nel corso del XX secolo abbiamo assistito a una rivoluzione scientifica e culturale di immensa portata: relatività generale di Einstein e meccanica quantistica hanno stimolato un’immagine del mondo che lascia ancora molti interrogativi, ancora irrisolti. Il concetto di campo ha portato una riflessione completamente differente dall’idea di spazio che ci è stata insegnata a scuola. Proseguendo sulla strada indicata dallo strutturalismo dello spaziotempo, emerge una realtà che non solo non è composta da uno spazio e da un tempo come dimensioni a sé stanti, ma addirittura si deve parlare di struttura, richiedendo una ridefinizione concettuale (e linguistica) anche delle stesse cose materiali.

Lisa Zorzato

 

CHI UCCIDE LE DONNE?

1464894033_5750841102831Dopo l’ultimo terribile femminicidio di Sara Di Pietrantonio, ieri sui social media un’ampia campagna si è sviluppata. I partecipanti, compreso l’autore di questo post, hanno appeso un drappo rosso fuori dalle proprie finestre di casa e di ufficio in segno di protesta.

La sensibilizzazione su questa tragedia che uccide nel mondo una donna ogni 6 ore è doverosa e sicuramente capace di diminuirne l’entità.

Tuttavia di fronte a qualsiasi fenomeno occorre innanzitutto comprenderlo nei suoi nessi causali.

Purtroppo nell’ambito dei gender studies si è ampiamente diffuso un atteggiamento intuizionistico e anti-scientifico che nuoce alla lotta contro tale estrema forma di ingiustizia.

Nello stesso ambito di studi si sente spesso sostenere la tesi – che sembra ovvia – secondo la quale la causa principale del femminicidio sarebbero i modelli culturali maschilisti.

Siamo del tutto d’accordo che i modelli culturali maschilisti, ancora ampiamente presenti nel nostro Paese, siano da condannare, poiché limitano ingiustamente la capacità delle donne di autodeterminarsi. Tuttavia la tesi che tali modelli sarebbero alla base del femminicidio va suffragata dai dati empirici.

Leggendo le statistiche al riguardo, brevemente riassunte in un efficace documento dell’OMS, si nota sì una percentuale maggiore di femminicidi nei paesi dove vigono modelli culturali maschilisti. Però il fattore ampiamente di maggior rischio è la disoccupazione dell’assassino.

Inoltre circa il 70% dei femminicidi è preceduto da violenza sessuale.

Certamente i cosiddetti “delitti d’onore” hanno cause culturali. Ma purtroppo essi sono solo una parte – e non la maggiore – dei femminicidi.

I dati invece sembrano confermare che la sessualità maschile, mediamente più violenta, accompagnata da una situazione di disagio, sia alla base di tali delitti.

Non credo che la rimozione dei modelli culturali maschilisti sarebbe sufficiente a far diminuire significatiamente questo terribile fenomeno. Probabilmente l’unico intervento veramente efficace sarebbe un processo educativo a livello di scuola e famiglia del giovane di sesso maschile eterosessuale che gli insegni a gestire adeguatamente la sua sessualità.

VF

GIUDA: TRADIRE PER TROPPO AMORE

carl-anderson-judasDopo lo splendido film musicale Jesus Christ Superstar (1973), per molti Giuda è diventato un personaggio simpatico. In una scena efficace della pellicola il cantante nero Carl Anderson, dotato di una splendida voce, recita la parte di un “traditore” costretto dalla volontà divina, rappresentata da due grandi carrarmati. Così venne già presentato Giuda nel vangelo apocrifo a lui intitolato degli inizi del II secolo dopo Cristo.

I grandi scrittori spesso interpongono nella loro narrazione ricostruzioni di scene del Nuovo Testamento. Celebre la leggenda del grande inquisitore di Dostoevskij, preoccupato del ritorno di Gesù, che rischia di sabotare i suoi piani di politica della Chiesa. Splendide le pagine di Il maestro e Margherita di Bulgakov dedicate ai dubbi e le indecisioni di Ponzio Pilato.

A questa collana di perle si aggiunge ora il Giuda di Amos Oz, ultimo romanzo del grande scrittore israeliano. Una riflessione profonda sulla nascita dello stato di Israele e sulla condizione umana.

Shemuel Asch, studente di storia a Gerusalemme nel 1959, sta scrivendo una tesi su Giuda in prospettiva ebraica. Giuda: prototipo dei “perfidi giudei” che hanno ucciso Cristo. Il grande traditore sarebbe stato, invece, nella narrazione di Oz, il primo e ultimo vero cristiano, che avrebbe convinto il tentennante Gesù a salire sulla Croce, persuaso che sarebbe stato capace di scenderne vivo. E invece il Cristo muore come un uomo qualsiasi gridando il famoso versetto dei salmi “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Giuda allora si rende conto che Gesù non è figlio di Dio e si suicida disperato per aver ucciso inutilmente la persona che amava di più.

Questa è una metafora incisiva della tragedia potenziale insita in tutte le utopie. Gli oppressi, recita uno dei protagonisti del romanzo, non vogliono eliminare l’oppressione, ma di fatto essere loro al posto degli oppressori. Quasi sempre chi vuole salvare il mondo aggiunge sofferenze a esso, invece che redimerlo. Così la nascita dello stato di Israele ha portato nuovo dolore. I dubbi sul sionismo nel romanzo vengono interpretati dal personaggio inventato Abrabanel, che si sarebbe schierato contro Ben Gurion e sarebbe stato etichettato come traditore. Egli avrebbe predetto i disastri che il sionismo stava portando, ma, come Giuda, avrebbe avuto speranze troppo grandi, e neanche lui sarebbe stato capace di proporre una vera alternativa.

Come in Vita e destino di Grossmann, Oz ci insegna che non esiste il Bene, cioè che “bene” è sempre un aggettivo e mai un nome. Contro il platonismo e tutte le forme di assolutismo, l’autore suggerisce che dobbiamo cercare socraticamente le azioni “buone” e non il “Bene”.

VF