SE IL PRESENTE NON ESISTESSE LA FISICA NON AVREBBE SENSO EMPIRICO

clocksSi dice a volte che “in physics there is no now”. Però le entità astratte possono anche esistere in un eterno presente, ma quanto agli oggetti fisici esistono solo quelli presenti, perché quelli passati non esistono più e quelli futuri non esistono ancora. Dunque, soprattutto in fisica, ci deve essere un “adesso”.

La relatività della simultaneità in Relatività Speciale non è un argomento contro il presentismo, perché in Relatività Generale si riscontra un sistema di riferimento privilegiato (senza contare che non son sicuro che la relatività della simultaneità non abbia a che fare coi nostri criteri di accertamento, piuttosto che con la realtà metafisica del tempo).

Ma poi si dice che il vero argomento contro il presentismo è che in fisica non si distingue nessun tempo particolare che possa vantare un privilegio ontologico rispetto a tutti gli altri, in quanto “ora”, o “momento attuale”, o “unico nel quale cose ed eventi sono reali”.

Ma se è vero che il presente non compare nelle leggi fisiche, è però essenziale nella pratica fisica: le leggi vanno controllate, e non si possono controllare in tempi a piacere: Se abbiamo una legge della forma:

Se Pxt1, allora Qxt2,

per controllarla si deve attendere fino a t1, compiere in quel momento un’osservazione, poi aspettare fino a t2, e compiere un’altra osservazione. Cioè, si deve aspettare fin che t1 sia ora, poi aspettare fin che t2 diventi ora. Non è possibile controllare la legge a t1, e nemmeno a t2.

Per di più un’asserzione sul passato non si può controllare affatto, ma solo confermare indirettamente per deduzione da un’osservazione compiuta ora e da leggi generali accettate.

Qui e ora è l’unica circostanza in cui il verificarsi della predizione di una legge vera può essere osservato. Sappiamo che un evento, di cui ci attendiamo il verificarsi, non può comunque essere osservato a nostro arbitrio: dobbiamo aspettare che tempo e luogo siano quelli giusti: che il tempo sia diventato presente e il luogo sia diventato qui.

Naturalmente non ci sono altre differenze tra l’ora e gli altri tempi, e nessun tempo particolare ha credenziali migliori di qualunque altro per essere il tempo presente: il presente non è un tempo particolare, ma un ruolo che prima o poi tutti gli istanti di tempo rivestono.

Non è un ruolo importante dal punto di vista delle leggi, ma è cruciale per controllarle e per assicurar loro un contenuto empirico.

I presentisti, dunque, spiegano perché un evento, di per sé osservabile, in concreto possa però essere osservato in certi momenti ma non in altri: perché solo ciò che esiste si può osservare, e solo quel che accade ora esiste.

Forse ci potrebbero essere anche altre spiegazioni, ma questa è la più semplice e naturale.

Spiegare perché un evento di per sé osservabile possa esser osservato in certi luoghi ma non in altri (ossia perché si possa osservare solo quel che è qui) è un altro paio di maniche.

Mario Alai

SI FA TROPPO PRESTO A DIRE “FROCIO”!

political_correctness_is_gay_ringer_mug-r10fd5e08ab5747a995e995602acb9154_x7jpm_8byvr_324La censura non è mai una cosa bella. Eppure accettiamo molto spesso limitazioni della libertà di espressione, ossia forme di censura, nelle nostre pratiche implicite di comportamento e nelle loro istituzionalizzazioni. Ad esempio, non ci è permesso di urlare le nostre opinioni in una biblioteca, o di cantare a squarciagola in un reparto ospedaliero. Certo, queste sono limitazioni che riguardano la maniera fisica di esprimere qualcosa, piuttosto che il contenuto delle parole pronunciate, e si può pensare che non sia così banale sostenere che almeno in alcune circostanze sia giusto limitare l’espressione in quest’ultimo senso.

Uno dei casi forse meno controversi di limitazione dell’espressione di contenuti è quello dell’incitazione alla discriminazione nei confronti di determinati gruppi sociali. A costo di risultare pedante, distinguerò tre concetti di discriminazione che mi sembra fondamentale avere in mente nell’affrontare tali questioni. Discriminare in senso neutro (o etimologico) significa semplicemente individuare differenze sulla base del possesso di certe proprietà (come in “discriminare il rosso dal giallo”); discriminare in senso normativo significa comportarsi in un determinato modo nei confronti di una persona o un gruppo sulla base di discriminazioni in senso neutro, e può avere forme negative (avere comportamenti “ostili” in qualche forma) e forme positive (avere comportamenti “favorevoli” in qualche forma); discriminare in senso ordinario significa discriminare normativamente una persona o un gruppo in maniera moralmente ingiustificata (ossia sbagliata).

È importante rendersi conto che la discriminazione normativa non è di per sé sbagliata, e quindi che non ogni forma di discriminazione normativa è una forma di discriminazione ordinaria. Esistono sicuramente forme di discriminazione normativa giustificata, sia positive, come il dovere di lasciare il posto sull’autobus agli anziani, sia negative, come l’impedire a chi non abbia conseguito una patente di guidare un’autovettura. Ed esistono sicuramente forme positive di discriminazione ordinaria, come favorire un proprio parente nella competizione per un posto di lavoro (si ricordi che qui per “positivo” non si intende moralmente encomiabile bensì, come specificato sopra, atto a favorire qualcuno), e forme negative di discriminazione ordinaria, come sfavorire una persona per la sua appartenenza ad un certo genere, o una certa etnia, o per le sue preferenze sessuali. Focalizziamoci su queste ultime, che sono anche quelle più comunemente associate al termine “discriminazione” nel suo significato ordinario. È ovvio che solo appellandoci a principi morali possiamo distinguere casi di discriminazione normativa moralmente “buoni” da casi di discriminazione ordinaria (ossia normativi e moralmente “sbagliati”). Ad esempio, appellandoci al principio che i comportamenti sessuali, se non sono in alcun modo lesivi di individui secondi o terzi non consenzienti, non sono moralmente condannabili, si può coerentemente argomentare che qualsiasi azione che fomenti la discriminazione nei confronti di persone sulla base dei loro comportamenti sessuali (ad esempio, gli omosessuali), sia di per sé moralmente sbagliata e in linea di principio dunque sanzionabile.

Esprimere apertamente contenuti spregiativi nei confronti degli omosessuali è un’azione che fomenta comportamenti discriminatori nei confronti degli omosessuali, e quindi favorisce una forma di discriminazione ingiustificata nei confronti di un gruppo sociale. (Come chiunque abbia seguito un corso di filosofia del linguaggio o di pragmatica sa, si possono “fare cose con le parole”.) Ne segue che la censura nei confronti di tali comportamenti verbali è giustificata. Certo, “discriminazione” non è solo un termine polisemico, ma può riferirsi a comportamenti che hanno conseguenze negative in una vasta gamma di casi, dai più lievi (entro certi limiti tolleriamo che i bambini prendano in giro un compagno con gli occhiali chiamandolo “quattrocchi”, o per lo meno sembrerebbe eccessivo invocare un codice sociale rigido o addirittura una legge per impedirlo) a quelli più gravi (si pensi alla disumanizzazione degli afro-americani nel periodo schiavista o a quella degli ebrei sotto il regime nazista), e si può discutere quale forma di censura nei confronti di comportamenti verbali contro gli omosessuali o certi gruppi etnici (ad esempio) sia giustificata nel contesto attuale. Inoltre, si possono aver dubbi sull’efficacia strategica di una censura in questi casi (almeno in certi contesti, le proibizioni esplicite possono sortire l’effetto opposto a quello inteso). Ma se il ragionamento sopra è nelle sue linee generali corretto, almeno in linea di principio un atteggiamento censorio nei confronti del linguaggio denigratorio nei confronti degli omosessuali non può essere escluso su basi morali.

La questione che mi interessa affrontare in questo post, però, è più specifica, e riguarda l’imposizione di un linguaggio politicamente corretto nei contesti istituzionali o comunque pubblici. Il politicamente corretto (rispetto al linguaggio) può essere visto come una forma di censura che consiste nel ritenere non accettabile l’uso di certe parole a discapito di altre — un codice di “comportamento linguistico” che prevede sanzioni (anche se non necessariamente a livello legislativo) per chi lo infrange. Ad esempio, è una forma di politicamente imporre di non usare in contesti pubblici un termine come “frocio”, in quanto capace di veicolare contenuti negativi nei confronti degli omosessuali e quindi di fomentare e facilitare la discriminazione degli omosessuali nella società. Si noti il cambio di focus: la questione non è di per sé evitare che certi contenuti vengano comunicati (quelli che incitano alla discriminazione degli omosessuali), ma piuttosto quello di imporre un tabù sull’uso di certe parole. La differenza non è banale, perché sicuramente esistono diversi modi di veicolare, grossomodo almeno, uno stesso contenuto, e dunque ci si può domandare se l’uso di specifici termini possa essere mai oggetto di atteggiamento censorio giustificato.

Il motivo per cui, penso, sia giusto in fin dei conti rispettare e entro certi limiti imporre il politicamente corretto nei confronti di epiteti denigratori come “frocio” sta nel loro funzionamento semantico tipico. In particolare, sembrerebbe esserci una differenza importante fra il modo in cui gli epiteti denigratori di gruppi sociali specifici si comportano nell’interazione con le altre parti del discorso e il modo in cui si comportano insulti generici come “stronzo” o “coglione”. Si prenda il caso della negazione. Poniamo che Andrea parli in un contesto pubblico di Michele dicendo “Michele è un frocio”. L’espressione verrebbe percepita come un insulto non solo nei confronti di Michele, ma anche degli omosessuali in generale. La situazione è chiaramente differente nel caso in cui Andrea dica “Michele è uno stronzo”, perché in tal caso Andrea starebbe insultando Michele, ma nessun altro, tantomeno gli omosessuali. Supponiamo però che Andrea dica “Michele non è uno stronzo”, in questo caso, nessuna offesa è veicolata (se non al bon ton). Se però Andrea dice “Michele non è un frocio”, non starebbe insultando Michele, ma con il semplice fatto di usare la parola “frocio” insulterebbe comunque gli omosessuali. Tale fenomeno è noto in semantica come “scoping out”, ossia uscita dall’ambito (della negazione): è come se la parte denigratoria nei confronti del gruppo sociale di riferimento non interagisse con la negazione, ma “saltasse fuori” veicolando l’informazione che il parlante ha un atteggiamento ostile nei confronti degli omosessuali.

La mia spiegazione preferita di questo fenomeno è che il termine “frocio” a differenza di termini neutri come “omosessuale” o “gay” venga percepito come un termine degli omofobi, ossia di quel gruppo di persone le quali più o meno esplicitamente ritengono giusto che gli omosessuali siano da discriminare. Per questo motivo, “frocio” ha una componente espressiva che segnala l’atteggiamento tipico degli omofobi nel parlante, e che a differenza della sua componente descrittiva non interagisce con la negazione (si noti che dicendo “Michele non è un frocio”, Andrea sta anche dicendo che Michele non è omosessuale). Quindi, indipendentemente dalle intenzioni del parlante (che di per sé magari non aveva intenzione esplicita di insultare un intero gruppo sociale), il semplice uso della parola è sempre ad alto potenziale di rischio di veicolare messaggi che facilitino o fomentino un atteggiamento discriminatorio nei confronti degli omosessuali. Per questo motivo frasi come “Michele non è frocio, ma non ho niente contro gli omosessuali” suonano quasi sempre un po’ insincere, o addirittura vagamente contraddittorie. Se il funzionamento semantico di tali termini è, al di là della correttezza dei dettagli, quello sopra descritto, allora sembrerebbero esserci buoni motivi per applicare un tabù sull’uso di termini specifici che funzionano semanticamente come “frocio”, e quindi per sostenere che il politicamente corretto abbia una giustificazione morale (ossia sia giusto).

C’è però un argomento contro l’applicazione del politicamente corretto in generale, che all’apparenza è coerente con quanto detto sinora, ma che nonostante una sua plausibilità iniziale penso sia sostanzialmente fallace. L’argomento, o meglio l’idea di fondo comune a molte argomentazioni che mi è capitato di incontrare frequentemente, anche in forma scritta su giornali autorevoli, è che il politicamente corretto si presti facilmente a forme di “eccesso” o “esagerazione”, che sono chiaramente sbagliate se non ridicole, e che ne minerebbero la legittimità in generale.

Nella versione più grossolana dell’argomento, il politicamente corretto è visto spesso come una reazione esagerata, perché almeno nei casi in cui l’intenzione del parlante non è esplicitamente ostile nei confronti del gruppo in questione (come quando qualcuno dal finestrino di una macchina urla “frocio” a chi gli ha tagliato la strada), il danno sociale causato dalla discriminazione fomentata non avrebbe conseguenze gravi. Tale ragionamento è fallace perché si basa su di una associazione fra cosa il parlante ha in mente quando usa “frocio” e l’effetto sociale dell’uso della parola che è del tutto arbitraria. Come notato, il meccanismo semantico tramite cui la denigrazione del gruppo viene convogliata è in larga parte indipendente dalle intenzioni del parlante, e dunque anche gli usi non espressamente omofobi di “frocio” (o quelli non espressamente razzisti di “negro”) contribuiscono comunque alla diffusione di atteggiamenti discriminatori. Si tenga presente inoltre che la discriminazione in questione è implicita (non è tematizzata da chi la opera) e indiretta (non solo gli atti di violenza o di aperto disprezzo sono discriminatori), ed è dunque facile sottovalutarne la portata. Ossia, abbiamo a che fare con atteggiamenti e comportamenti (fra cui anche quelli verbali) la cui portata discriminatoria individuale, per così dire, è oggettivamente lieve, ma che essendo ampiamente diffusi e percepiti come accettabili o “normali” dalla comunità in generale risultano collettivamente estremamente lesivi e opprimenti nei confronti degli individui appartenenti al gruppo in questione. (Del resto, quanto sia grave la situazione di discriminazione di un dato gruppo in una data società e dato periodo storico è una questione empirica, rispetto a cui contano dati statistici come le differenze nei ruoli sociali, nei salari, e nella soddisfazione individuale a parità di condizioni, mentre sono del tutto irrilevanti le intuizioni su “come stiano davvero le cose”.)

Nella versione più raffinata dell’argomento, il politicamente corretto porterebbe inevitabilmente alla sua applicazione in contesti in cui non saremmo giustificati ad applicarlo. L’accusa sembra fondata se si pensa al politicamente corretto come una mera forma di divieto di usare certe parole. Se “frocio” è una parola tabù, allora qualsiasi suo uso dovrebbe essere di per sé proibito (con l’esclusione forse della sua semplice menzione tra virgolette, come quella che avete appena letto). Ma è ovvio che ciò porterebbe a situazioni ridicole, perché non in ogni contesto “frocio” fomenta la discriminazione degli omosessuali. Almeno alcuni usi interni al gruppo degli omosessuali, possono avere le caratteristiche di usi cosiddetti di riappropriazione, in cui il gruppo sociale rivendica la parola come propria e non offensiva. È un fenomeno che si osserva ad esempio nella variante “nigga” del termine denigratorio “nigger” in molti contesti di discorso interni al gruppo etnico degli afro-americani negli Stati Uniti (si pensi alle canzoni rap), e che ha portato termini come “gay” o “queer”, inizialmente denigratori e offensivi, a essere percepiti e usati come termini neutri dall’intera comunità linguistica. Chiaramente sarebbe ridicolo applicare (o aver applicato in passato) la regola di non violare il tabù del politicamente corretto in questi casi. Similmente, almeno alcuni usi ironici dei termini denigratori possono avere una funzione altamente anti-discriminatoria. Ad esempio, alcuni usi in film, spettacoli teatrali e altre forme di espressione artistica, oppure usi pubblici in cui si sfruttano forme di raffinato umorismo per deridere gli omofobi o i razzisti tramite la violazione del tabù sulla parola. In tutti questi casi l’applicazione del politicamente corretto sarebbe una strettura ottusa, non solo perché probabilmente strategicamente controproducente, ma anche perché in linea di principio del tutto ingiustificata.

Sono d’accordo che in tali contesti applicare il politicamente corretto sarebbe inopportuno. Non penso però che da ciò, insieme alla descrizione del comportamento semantico di termini come “frocio” data sopra, segua che il politicamente corretto in quanto forma di censura sulle parole generalizzi inevitabilmente a tali contesti e non sia perciò giustificato di per sé. I contesti in cui non sorge la connessione con l’elemento che potenzialmente rafforza la presenza di comportamenti discriminatori nella società, e quindi in cui dobbiamo fare un’eccezione alla regola generale del tabù sulla parola, sono sufficientemente peculiari da non costituire casi standard, ossia casi indicativi di ciò che normalmente viene comunicato con l’uso di tali termini. In altre parole, sarebbe ingenuo pensare che si abbia un “lasciapassare” all’uso di termini come “frocio” ogni volta che il contesto è in qualche modo distaccato da un atteggiamento discriminante nei confronti delle persone del gruppo di riferimento; i contesti in cui effettivamente la parola non risulta dannosa (e quindi si abbia diritto a un “lasciapassare”) sono radicalmente diversi da quelli ordinari. Nel caso della riappropriazione si può pensare che sia in atto addirittura qualcosa come un processo che porti a un cambio di significato (lo suggerisce, ad esempio, la storia della voce “gay” nei principali dizionari inglesi). Inoltre, la riappropriazione di un termine spesso passa attraverso forme esplicite di rivendicazione, che richiedono espressioni pubbliche volte a rendere evidente il “nuovo uso” del termine (si pensi di nuovo a forme artistiche come il rap, o la funzione di slogan come “we are here, we are queer, get over it”). Analogamente, nel caso di spettacoli o di manifestazioni sociali di ironia, occorre maestria dialettica per rendere effettivamente innocuo o addirittura anti-discriminatorio l’uso di termini pesantemente associati alla discriminazione di certi gruppi; non basta certo l’intenzione di far ridere per far si ché un proferimento di “frocio”, ad esempio, non sia un gesto di sostegno indiretto alla discriminazione degli omosessuali. Anzi, molti usi di termini come “frocio” in contesti di umorismo gretto sono tipici esempi di usi discriminatori, proprio perché vengono percepiti come innocui senza esserlo. Dunque, anche se in pratica può non sempre essere facilissimo individuare gli usi che meritano delle eccezioni alla censura generale, l’argomento per cui il politicamente corretto porterebbe troppo facilmente a una generalizzazione ingiustificata è fallace, perché per quanto siano in effetti ottuse le applicazioni del politicamente corretto a casi del genere, un atteggiamento di prudenza nei confronti di virtualmente ogni contesto, soprattutto se pubblico e istituzionale, non è di per sé sbagliato. Ciò vale anche per i casi di usi di usi amicali esterni al gruppo. Ad esempio, (un esempio portato alla mia attenzione da Vincenzo Fano), l’uso scherzoso ma affettuoso di “frocio” fra maschi prevalentemente eterosessuali. Non si tratta di mettere in dubbio l’atteggiamento di fondo (come se dietro ogni uso di “frocio”, gratta gratta, si nascondesse un omofobo), ma nuovamente del rischio di sottovalutare la portata sociale di questi usi. Se anche si può assumere che nessuno dei maschi che partecipano a tali “giochi linguistici” comunichi ostilità nei confronti degli omosessuali, sarebbe ingenuo non riconoscere che non si stia manifestando che l’appartenenza alla categoria in questione costituisca una qualche forma di stigma. Forse se l’uso non è pubblico, ma rimane privato, sarebbe eccessivo ritenere opportuna una forma di auto-censura. Ma d’atro canto non è sempre facile stabilire i confini di un sotto-gruppo linguistico. Si pensi ad usi analoghi fra ragazzi o adolescenti eterosessuali, piuttosto che maschi adulti ben educati. Anche quando in tali contesti “frocio” non viene usato sistematicamente come un insulto, ma in maniera amicale e tuttalpiù canzonatoria, il fatto che si usi il termine denigratorio porta a ribadire certe distinzioni, se non a rafforzare certi stereotipi, che possono facilmente portare a situazioni di svantaggio o disagio chi, ad esempio, si stia facendo domande sulla sua sessualità.

In una terza versione dell’argomento, l’eccesso è dovuto all’estensione del politicamente corretto a termini che si possa dubitare essere offensivi. Ad esempio, “cieco” è effettivamente offensivo? Davvero è meglio usare “non vedente”? Oppure, per rifarsi a un caso più recente, persone altrimenti favorevoli a combattere la discriminazione nei confronti dei transessuali possono ritenere non discriminatoria un’espressione come “sex change” (cambio di sesso). In tal caso, sarebbe un eccesso censurarla a favore di “gender confirmation surgery” (operazione di conferma del genere). Dilungarmi su questa terza versione dell’argomento mi porterebbe troppo lontano dal tema di questo post. Faccio solo notare in primo luogo che anche qui le sensazioni e intuizioni rispetto all’influenza e alle conseguenze di un uso diffuso di un termine, o la sua sostituzione per un termine che suggerisca un atteggiamento più positivo, possono non essere affidabili. E, in secondo luogo, anche se questi casi fossero forme di eccesso, da ciò non segue che casi chiaramente denigratori, come per “frocio” o “negro”, lo siano.

(Ringrazio per aver letto una prima versione del post, e per gli utili commenti: Elena Casetta, Vincenzo Fano, Samuele Iaquinto, e Daniele Santoro).

Giuliano Torrengo

IL GHIACCIO ISTANTANEO: OVVERO PERCHE’ HO STUDIATO FILOSOFIA

ghiaccioCamminando a Roma sulla via Sacra, che è un po’ sconnessa, non sono stato abbordato dal rompiscatole della satira di Orazio, ma ho messo male il piede, provocandomi una dolorosa fitta al ginocchio.
Alla farmacia più vicina raggiunta zoppicando acquisto una confezione di “ghiaccio istantaneo”. Mi siedo in un trafficato bar di piazza Venezia, spingo con forza sulla busta, che rapidamente si raffredda e la pongo sul punto dolente.
Mentre mi godo il benefico effetto antinfiammatorio del freddo, penso: “Normalmente le reazioni chimiche spontanee producono calore, cioè sono esotermiche. Come fa una reazione chimica a “estrarre” calore dall’ambiente? Sembra andare contro il secondo principio della termodinamica!”
Frugo fra i miei ricordi di chimica fisica e mi rammento che la prima cosa da analizzare per sapere se una reazione chimica sia o meno spontanea è la variazione di energia libera ΔG. Affinché la reazione avvenga condizione necessaria è che venga diminuita l’energia libera. L’energia libera dipende da due termini, l’entalpia e l’entropia. Se viene liberato calore l’entalpia diminuisce e quindi anche ΔG è negativo. Ma ΔG può essere negativo anche se aumenta l’entropia. In effetti mi viene in mente che anche quando sciogliamo il sale da cucina nell’acqua la temperatura si abbassa leggermente, benché in modo impercettibile. In quel caso la reazione è favorita non dal fatto che l’entalpia diminuisce – infatti aumenta – ma dall’aumento dell’entropia. In altre parole ci sono reazioni chimiche come le soluzioni favorite dall’aumento dell’entropia e non dalla liberazione di calore.
Prendo lo smartphone e trovo che la reazione tipica del ghiaccio istantaneo è la soluzione di nitrato di ammonio in acqua. Continuo la ricerca on line e scopro che sciogliere il nitrato di ammonio nell’acqua assorbe molto calore; ciò malgrado la reazione è spontanea perché questa soluzione provoca un drastico aumento di entropia.
Insomma nella busta che si compra in farmacia c’è acqua più un contenitore di nitrato di ammonio in cristalli che viene lacerato dalla nostra pressione e il sale si scioglie.
Mi fermo a pensare. Le persone normali si metterebbero il ghiaccio istantaneo sul ginocchio e rimarrebbero a sorseggiare un caffè guardando il passeggio di piazza Venezia. Una minoranza di scienziati curiosi si sarebbero fatti domande tipo le mie e avrebbero trovato le ragionevoli risposte che ho appena esposto e poi si sarebbe messa a sorseggiare il caffè guardando il passeggio.
Non riesco a quietarmi. Tutti sappiamo che l’entropia da Boltzmann in poi è una misura del disordine. E’ abbastanza ragionevole che un cristallo e dell’acqua pura separati siano più ordinati di una soluzione. Ma, mi chiedo, come mai un cristallo di nitrato di ammonio e dell’acqua pura sono enormemente più ordinati della soluzione, tanto da compensare la significativa sottrazione di calore che cura il mio ginocchio?
Mi tuffo nuovamente in rete. Scorro diversi manuali di chimica-fisica in inglese dove si parla di questa soluzione. Ci sono i dati, le valutazioni quantitative, ma nessuno che mi spieghi come mai l’entropia di formazione di quella soluzione è così alta. Non trovo né modelli qualitativi, né quantitativi.
Immagino che se avessi continuato la ricerca avrei incontrato articoli specialistici di termodinamica chimica che propongono soluzioni a questo problema, ma questo tipo di conoscenza non fa parte del sapere comune di un chimico.
Torno allora con la mente alla mia giovinezza, quando ero appassionato di chimica e mi ricordo la perenne insoddisfazione che provavo di fronte alle spiegazioni parziali dei fenomeni, come appunto questa.
Una delle ragioni per cui cominciai a studiare filosofia fu proprio la speranza di trovare lì spiegazioni più complete. Dopo trent’anni so che, ovviamente, neanche la filosofia può soddisfare la mia sete di conoscenza. So però anche che solo la filosofia mi ha perennemente spinto a domandare, senza mai accontentarmi di un modello parziale.
In questo senso non vedo differenze fra il filosofo e lo scienziato: a patto che il filosofo prenda seriamente in considerazione i modelli della scienza e che lo scienziato non si accontenti mai delle proprie risposte.
Vincenzo Fano

PEPSI NON DELUDERMI. PICCOLA GUIDA SU COME SI SCRIVE UN ARTICOLO BACATO[1]

trolley_problemInizio con una verità sconvolgente: i ricercatori sono uomini. Come tutti gli uomini, anche coloro che fanno ricerca scientifica devono cercare di resistere ai bias cognitivi e alle euristiche mal applicate. Talvolta ci riescono, talvolta falliscono. La ricerca scientifica è un processo – esattamente come decidere e giudicare nella vita quotidiana – soggetto a errori tipici e quindi predicibili. Già Francis Bacon, ad esempio, aveva ben presente come le aspettative delle persone siano fonte di bias e in ultima istanza causa del proliferare di conclusioni inaffidabili.[2]

Non è questione di onestà intellettuale. Quello che non emerge in queste righe è il fatto realmente preoccupante, ossia che non si tratta di errori intenzionali. “This is the big problem in science that no one is talking about: even an honest person is a master of self-deception” dice Regina Nuzzo, in un bell’articolo pubblicato qualche mese fa da Nature.[3] Più precisamente, potremmo dire che le persone – scienziati compresi – sono affette da “confermazionismo”; trovano il modus ponens più naturale del modus tollens.[4]

Confirmation bias è l’etichetta che gli psicologi hanno affibbiato ai “bachi” che hanno a che fare con la tendenza al “confermazionismo”. Con confirmation bias ci si riferisce a una varietà di fenomeni per i quali un’ipotesi, è ritenuta confermata alla luce di un’indagine viziata dal tentativo di soddisfare certe aspettative sull’ipotesi stessa.

Open Science Collaboration – un progetto che coinvolge varie e numerose figure della comunità scientifica, finalizzato ad adeguare la pratica scientifica ai valori della scienza – ha portato alla luce un risultato sorprendente: Aarts e collaboratori sono riusciti a replicare solo un terzo di cento studi di psicologia. Fallire nel tentativo di replicare studi scientifici può essere, e generalmente è, interpretato come sintomo della pervasività del confirmation bias.[5]

Le righe successive sono un esercizio di finzione. Immagino una versione originale del trolley problem e ipotizzo come le inclinazioni morali di due personaggi di fantasia, Aial e Cabillo, potrebbero influenzare le loro aspettative e di riflesso varie fasi dell’indagine sperimentale che ha come oggetto tale versione.

Il trolley problem è un esperimento mentale molto popolare fra i filosofi morali. Philippa Foot – filosofa morale all’Università di Oxford – lo ha introdotto nel 1967, in The problem of Abortion and the Doctrine of the Double effect. In quello stesso anno il parlamento inglese concedeva alle donne il diritto di abortire.

Definiamo la prima versione del trolley problem la versione della leva (switch dilemma). La versione della leva: un treno senza passeggeri e senza conducenti è fuori controllo, lanciato a tutta velocità. Sul binario sono legate cinque persone. Sai con certezza che se il treno proseguisse la sua corsa investirebbe e ucciderebbe quelle cinque persone. Il binario ha una ramificazione, che porta a un altro binario dove è legata una sola persona. Sai con certezza che se il treno deviasse sulla ramificazione investirebbe e ucciderebbe quella persona. Tu potresti tirare una leva e farlo azionerebbe un deviatoio che costringerebbe il treno a proseguire la sua corsa lungo la ramificazione. Quindi, se non azioni la leva moriranno cinque persone mentre se la azioni morirà una persona.[6] La questione è: ritieni che tirare la leva sia un dovere morale?

Ma è solo con Judith Jarvis Thompson – anche lei filosofa morale, attualmente professore emerito al MIT – che il trolley problem acquista autonomia e diventa uno strumento per indagare la moralità in senso più generale. Nell’articolo The Trolley Problem, la Thompson introduce vari esperimenti mentali, tra cui alcune nuove variazioni del problema del carrello. Qui, ci interessa solo una di queste variazioni. La versione dell’uomo grasso (footbridge dilemma): un treno senza passeggeri e senza conducente è fuori controllo, lanciato a tutta velocità sul binario. Sul binario sono legate cinque persone. Sai con certezza che se il treno proseguisse la sua corsa investirebbe e ucciderebbe quelle cinque persone. Tu sei su di un ponte pedonale che attraversa il binario, al centro di esso c’è un uomo molto grasso. Potresti spingere di sotto l’uomo grasso, il quale cadrebbe sul binario. Farlo frenerebbe la corsa del treno a causa della mole dell’uomo. Se decidi di non spingere l’uomo grasso moriranno cinque persone mentre se lo spingi lui stesso morirà. In questo caso la questione è: ritieni che spingere l’uomo grasso sia un dovere morale? Indagini empiriche, condotte su campioni molto ampi, mostrano una evidente differenza nelle risposte fra una versione e l’altra:, ossia azionare la leva o spingere l’uomo. Tale differenza, la quale emerge più o meno marcatamente in tutte le indagini, consiste nel fatto che nella versione dell’uomo grasso molte meno persone ritengono un dovere morale agire rispetto alla versione della leva. In quella condotta dalla BBC – 65.000 partecipanti in totale – più del 76% ha risposto affermativamente alla domanda “dovresti tirare la leva?” mentre a rispondere affermativamente a “dovresti spingere l’uomo grasso?” è stato un misero 27%. Sembrerebbe che nella versione della leva la maggior parte delle persone sia guidata da principi utilitaristici mentre in quella dell’uomo grasso sembrerebbe che siano i principi deontologici a dirigere la scelta. È come se i partecipanti dichiarino che dovrebbero tirare la leva perché farlo realizza le conseguenze migliori; banalmente, cinque vite salvate ed una persa è un bilancio migliore che una vita salvata e cinque perse. Diversamente, davanti alla versione dell’uomo grasso, sembrerebbe che le persone ritengano che agire equivalga a negare il diritto di ogni uomo a essere sempre considerato anche come fine e mai solo come mezzo. Tale diritto non deve essere violato, anche se agire di conseguenza porta al realizzarsi del peggior bilancio in termini di vite. Recentemente, Joshua Greene – filosofo e psicologo, direttore del Moral cognition Lab di Harvard – ha proposto una convincente interpretazione di questi risultati, basata sull’utilizzo della risonanza magnetica funzionale (fMRI). In breve, Greene ritiene che con deontologia e utilitarismo non dovremmo intendere due teorie morali, piuttosto due “tipi psicologici naturali” (psychological natural kinds). I comportamenti che sembrano essere un’applicazione dei principi deontologici sono in realtà perlopiù guidati emotivamente, mentre quelli coerenti con il punto di vista utilitarista sono soprattutto il frutto di un processo cognitivo. La proposta di Greene fornisce una chiave di lettura del fenomeno in questione: la maggior parte delle persone fa scelte utilitariste quando la decisione è impersonale ed emotivamente poco saliente (versione della leva) e scelte deontologiche quando la scelta li coinvolge emotivamente (versione dell’uomo grasso).

Psicologi incuriositi da tale discrepanza potrebbero chiedersi se e come versioni alternative del trolley problem favoriscano risposte utilitariste o risposte deontologiche. Immaginiamo una versione in cui il decisore deve prendere nello stesso momento la decisione di spingere l’uomo grasso e di azionare la leva. Si tratterebbe di una versione pensata per scoprire se e come la comparazione fra le due scelte influisca sulle risposte. Tale comparazione potrebbe portare a una maggioranza di risposte “puramente utilitariste” oppure potrebbe avvenire l’esatto contrario, ossia portare la maggioranza dei partecipanti a dare risposte “puramente deontologiche”.[7] Chiamo questa nuova – e mai sperimentata – variazione la versione Pepsi vs. Coca: sei su di un ponte pedonale che attraversa due binari, al centro di esso c’è un uomo molto grasso. Un treno senza passeggeri e senza conducente è fuori controllo, lanciato a tutta velocità sul binario principale. Sul binario ci sono cinque persone. Sai con certezza che se il treno proseguisse la sua corsa investirebbe e ucciderebbe quelle cinque persone. Potresti spingere di sotto l’uomo grasso, verso il binario, e farlo frenerebbe la corsa del treno a causa della mole dell’uomo. Sai quindi che se non spingi l’uomo grasso moriranno cinque persone mentre se lo spingi lui stesso morirà. Un ulteriore treno senza passeggeri e senza conducente è fuori controllo, lanciato a tutta velocità sul binario di fianco. Su questo binario sono legate cinque persone. Sai con certezza che se il treno proseguisse la sua corsa investirebbe e ucciderebbe quelle cinque persone. Il binario ha una ramificazione, su tale ramificazione è legata una persona. Sai con certezza che se il treno deviasse sulla ramificazione investirebbe e ucciderebbe quella persona. Anche in questo caso sei nella posizione di fare qualcosa. C’è una leva sul ponte, tirarla azionerebbe un deviatoio che costringerebbe il treno a proseguire la sua corsa lungo la ramificazione. Sai quindi che se non azioni la leva moriranno cinque persone mentre se la azioni morirà una persona. Questa volta la richiesta è la seguente: ordina le decisioni possibili da quella moralmente meno tollerabile a quella più tollerabile.[8] Le decisioni possibili sono quattro: sia tirare la leva che spingere l’uomo grasso (L + UG), non agire del tutto (ø), tirare la leva e non spingere l’uomo grasso (L, ¬ UG) e infine spingere l’uomo grasso e non tirare la leva (¬ L, UG).[9]

 

Entriamo nel vivo e immaginiamo due psicologi, ai quali viene in mente la stessa idea: realizzare un’indagine empirica basata sulla versione Pepsi vs. Coca del trolley problem. Il professor Aial, psicologo indiano, docente alla Savitribai Phule Pune University è un amante di Kant, il suo personalissimo mantra mattutino è la prima formulazione dell’imperativo categorico: “Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo”. Per qualche ragione si aspetta che la maggioranza delle persone sia intimamente guidata da principi puramente deontologici e che date certe condizioni debbano emergere scelte e comportamenti con essi coerenti. Il professor Cabillo è uno psicologo filippino, ricercatore alla Jose Rizal Memorial State University. Ha una passione per l’economia e il poster di Bentham fa bella mostra di sé nel suo ufficio. È convinto che la maggioranza delle persone, se stimolate a ragionare, diano risposte puramente utilitariste. Chiediamoci allora come le aspettative dei due psicologi sulla moralità delle persone potrebbero influenzare la conduzione delle rispettive indagini. Se, come abbiamo ipotizzato, Aial prevede risposte puramente deontologiche e Cabillo le prevede puramente utilitariste, i seguenti sono gli ordini che i due psicologi si aspettano di ottenere dalla maggioranza delle persone: Aial prevede (L + UG) = (¬ L, UG) < (ø) = (L, ¬ UG) mentre Cabillo (ø) < (¬ L, UG) = (L, ¬ UG) < (L + UG).

Entrambi iniziano a preparare il questionario da sottoporre e già a questo punto il confirmation bias è in agguato, nella forma dell’experimenter effect, il fenomeno per il quale le aspettative e le credenze dello sperimentatore influenzano il comportamento e le scelte dello sperimentato. Ad esempio, lo sperimentatore può influenzare i partecipanti attraverso l’ordine con cui pone le domande. In Question Order Effects on Subjective Measures of Quality of Life., gli autori hanno evidenziato come l’ordine delle domande di un questionario – finalizzato all’autovalutazione della qualità della vita – abbia influenzato le risposte. La probabilità di ottenere risposte positive alle domande generali del questionario era più alta se queste erano poste successivamente, piuttosto che precedentemente, alle domande specifiche.[10] Aial potrebbe presentare le scelte possibili esattamente nell’ordine che si aspetta essere quello scelto dalla maggior parte dei partecipanti e questo potrebbe influenzare le loro risposte, a favore delle sue aspettative. Ovviamente, la stessa cosa potrebbe farla Cabillo. I partecipanti devono ancora varcare l’uscio di casa e i dati potrebbero già rivelarsi “bacati”.

È scontato, e allo stesso tempo corretto, prevedere che l’analisi dei risultati sia una parte dell’indagine estremamente pericolosa. Una maniera in cui si manifesta il bias della conferma in questa fase è la tendenza a scartare brutalmente i dati che gettano dubbi sulla conclusione attesa. Tale tendenza emerge in un esperimento condotto da Charles G. Lord, Lee Ross e Mark R. Lepper nel 1979, alla Stanford University.[11] I partecipanti furono divisi in due gruppi: un gruppo era formato dalle persone favorevoli alla pena di morte, l’altro dai contrari. A entrambi furono consegnati due studi verosimili, seppur fasulli, dei quali uno conteneva argomenti pro pena di morte e l’altro argomenti contro. La lettura di tali studi ha portato i partecipanti a ritenere più convincente e probativo lo studio a sostegno delle proprie inclinazioni, attribuendo scarsa o nessuna rilevanza a quello che le metteva in discussione. Cabillo e Aial potrebbero commettere lo stesso tipo di errore. Ipotizziamo che il kantiano Aial scopra che la maggioranza dei partecipanti ha ordinato le azioni nella seguente maniera: (L + UG) < (L, ¬ UG) = (¬ L, UG) < (ø). Allora, lo psicologo indiano potrebbe concentrarsi sul dato auspicato – ossia (L + UG) < (ø) – e tralasciare di discutere (L, ¬ UG) = (¬ L, UG), nonché il dato che contraddice le sue aspettative: i partecipanti dovrebbero ritenere meno tollerabile moralmente, e non ugualmente, (L, ¬ UG) rispetto a (¬ L, UG).[12]

I due psicologi, impazienti di pubblicare, hanno ottenuto e selezionato i dati ed è arrivato il momento di interpretarli. A questo punto della ricerca, Aial e Cabillo rischiano di cadere nell’errore ben illustrato dalla storiella del cecchino texano, introdotta nell’ambiente accademico dall’epidemiologo Seymour Grufferman. Il cecchino texano prese il fucile in mano e sparò contro la parete del suo fienile. Poi, ripose l’arma, si diresse verso la parete, impugnò un pennello impregnato di vernice con cui disegnò attentamente un bersaglio perfettamente centrato sui buchi lasciati dai suoi colpi; trionfante esclamò “tutti nel bull’s eye” (il centro pieno). Un cecchino infallibile. Tendiamo a ordinare e interpretare i dati in modo da ottenere rappresentazioni illusorie, le quali confermano le nostre speranze, aspettative e credenze. Ora, immaginiamo che entrambi i nostri psicologi si confrontino con il seguente ordine: (ø) < (¬ L, UG) < (L, ¬ UG) < (L + UG). Il kantiano Aial – guidato dalle proprie aspettative – potrebbe interpretare questi dati così: “Dovremmo soffermarci su (¬ L, UG) < (L, ¬ UG), un dato che mostra come i principi deontologici guidino l’ordine proposto dalla maggioranza in questa versione ˈcomparativaˈ. La forza di tali principi è straordinaria, si manifesta, infatti, nonostante il fatto che il gruppo a cui è stato sottoposto il questionario – per motivi pratici – è tendenzialmente utilitarista. I partecipanti sono stati studenti di economia e numerose evidenze empiriche mostrano come siano più utilitaristi della media.[13] Il fatto che il gruppo sia più utilitarista della media è l’unica spiegazione convincente del dato (ø) < (L + UG)”.

A sua volta, Cabillo potrebbe commettere un errore simile: “Il dato (ø) < (L + UG) evidenzia in maniera netta l’utilitarismo dei partecipanti. Sono i principi utilitaristi a guidare le risposte dei partecipanti in questa versione del trolley problem. A pensarci bene, anche il dato (¬ L, UG) < (L, ¬ UG) non evidenzia una tendenza deontologica, piuttosto utilitarista. Dopotutto, l’utilitarismo è una filosofia morale edonistica, per la quale il piacere è l’unico bene e il dolore l’unico male. È ragionevole aspettarsi che i partecipanti credano che la scelta di spingere l’uomo grasso provochi un dolore psicologico nel decisore che non caratterizza la scelta di azionare la leva. Anche tale disutilità psicologica dev’essere, per così dire, una voce del bilancio. Quindi, dopo un’attenta considerazione, l’ordine puramente utilitarista è proprio: (ø) < (¬ L, UG) < (L, ¬ UG) < (L + UG)”.

È praticamente fatta, Aial e Cabillo hanno il loro articolo, compresi i dati e la discussione di questi. I due psicologi hanno trovato la rivista che lo pubblicherà, manca solo qualche ritocco per accontentare i referee e la loro ricerca “bacata” sarà stampata. Rimane da chiederci: le aspettative dei due psicologi potrebbero ancora inficiare le loro future ricerche? Malauguratamente, la risposta è sì. Il confirmation bias influenza pericolosamente non solo la modalità in cui si raccolgono dati, la loro analisi e interpretazione, ma anche la ricerca di ulteriori dati sullo stesso argomento. Almeno dal 1960, grazie agli studi di Peter Wason, sappiamo che per verificare la veridicità di una ipotesi tendiamo a cercare informazioni che la confermano piuttosto che informazioni che la negano.[14] Uno studio di Wason consiste nel richiedere ai partecipanti di trovare la regola che aveva generato una tripletta di numeri. Immaginiamo i partecipanti davanti alla tripletta 2-4-6. Essi possono individuare la regola proponendo altre triplette. Tendenzialmente, i partecipanti propongono triplette che confermano la regola ipotizzata, ad esempio 8-10-12 se hanno in mente la regola “il numero pari successivo”. In questo modo però, si precludevano la possibilità di scoprire l’erroneità della propria ipotesi. Se avessero proposto la tripletta 11-13-15 avrebbero potuto scartare la regola ipotizzata in partenza e tentare di controllarne una nuova, ad esempio, “numeri crescenti di due unità”. Tale tendenza è alla base di una prassi tanto diffusa quanto inefficiente fra i gruppi di ricerca. I ricercatori tendono a lavorare su esperimenti per confermare un’ipotesi già avvalorata da un loro esperimento passato piuttosto che proporne di nuovi, pensati per falsificare tale ipotesi.[15]

Aial il kantiano potrebbe fare lo stesso e proporre un nuovo esperimento, simile alla versione Pepsi vs. Coca, ma in cui il protagonista non ha abbastanza tempo per compiere due azioni, può quindi o tirare la leva oppure spingere l’uomo grasso. La questione allora diventerebbe: è moralmente più tollerabile tirare la leva o spingere l’uomo grasso? Con questa versione, Aial è alla ricerca di conferme del fatto che nella versione “comparativa” la maggior parte dei partecipanti fa scelte puramente deontologiche. Sarebbe meglio che il nostro psicologo indiano conducesse un esperimento teso a falsificare – piuttosto che confermare – le sue aspettative. Ad esempio, potrebbe sperimentare una versione Pepsi vs. Coca in cui il partecipante è spinto a focalizzarsi sul bilancio di vite, una versione in cui invece di cinque sono cento le persone salvate, sia nel caso in cui si azioni la leva che nel caso si spinga l’uomo grasso. Se nella versione Pepsi vs. Coca classica si ottenesse che la maggior parte dei partecipanti fa scelte puramente deontologiche mentre nella versione 100 morti no, il ricorso ai principi deontologici non dovrebbe essere ritenuto sufficiente per spiegare il fenomeno in questione. L’utilitarista Cabillo potrebbe cercare conferme di (ø) < (L + UG) piuttosto che costruire un esperimento per falsificare l’aspettativa avvalorata da quel dato.[16] Una variante della versione Pepsi vs. Coca tesa a falsificare le aspettative di Cabillo potrebbe prevedere che il protagonista viaggi nel tempo, si ritrovi nel futuro e che l’uomo grasso sia il futuro nipote. Il quesito allora diventerebbe: è moralmente più tollerabile (L + UG) o (ø)?[17]

Sarebbe politicamente corretto dedicare queste righe finali agli strumenti per contrastare le varie facce del confirmation bias. Particolarmente interessante è la crowd sourcing analyses. Si tratta di un approccio per il quale a vari gruppi di ricerca è dato il compito di rispondere a un quesito, alla luce di certi dati. A tutti i gruppi sono forniti i medesimi dati. Ogni gruppo è libero di utilizzare la tecnica di analisi statistica che ritiene più opportuna, si deve poi confrontare – in maniera anonima – con l’analisi dei dati prodotta da altri gruppi e infine discutere la conclusione proposta con tutti gli altri gruppi. L’idea è che un approccio collettivo così strutturato aiuti a bilanciare la discussione e a dare il meritato spazio a conclusioni poco o per nulla accattivanti dal punto di vista della significatività statistica, ma non per questo meno legittime.[18]

Detto questo, rimane il fatto che mi piacerebbe effettivamente scoprire come la “comparazione”, resa saliente nella versione Pepsi vs. Coca, possa influire sulla decisione dei partecipanti. Chiunque voglia lavorarci assieme al sottoscritto mi scriva, ma sappia che desidero soddisfare le mie aspettative utilitariste e ottenere risultati statisticamente significativi in questa direzione. Pepsi non deludermi.

 

Calboli Stefano

calbolistefano@gmail.com

 

 

Qualche lettura interessante

 

David Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso?, Raffaello Cortina, Milano, 2014.

Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano, 2012.

Matteo Motterlini, Trappole mentali, Rizzoli, Milano, 2008.

Raymond S. Nickerson, Confirmation Bias, A Ubiquitous Phenomenon in Many Guises, in Review of General Psychology, 2, Vol. 2 (1998), pp. 175-220.

 

 

 

 

[1] Lo spunto per queste pagine è stato un breve viaggio in macchina da Urbino a Cesena in compagnia di Mario Alai, filosofo del linguaggio e della mente, docente all’Università di Urbino.

[2] F. Bacon, Novum organum. In Burtt, E.A. (Ed.), The English philosophers from Bacon to Mill,pp. 24-123.

[3] R. Nuzzo, How scientists fool themselves – and how they can stop.

[4] Cfr. R. S. Nickerson, Confirmation Bias: A Ubiquitous Phenomenon in Many Guises.

[5] Cfr. Open Science Collaboration, Estimating the reproducibility of psychological science. Le cose non vanno meglio in altri settori di ricerca: Begley e Ellis sono riusciti a replicare solo 6 di 53 studi di oncologia e di ematologia molto citati. Cfr. C.G Begley e L.M. Ellis, Drug development: Raise standards for preclinical cancer research.

[6] Quella qui presentata è una versione del switch dilemma leggermente diversa rispetto a quella proposta da Foot. Si tratta della versione che si è imposta nella letteratura successiva.

[7] È utile sottolineare che quelle qui presentate sono posizioni estremizzate. La morale deontologica non nega che le conseguenze siano un criterio di scelta, piuttosto subordina tale criterio a diritti e doveri. Allo stesso modo, gli utilitaristi non dimenticano i diritti e i doveri pur subordinandoli alle conseguenze.

[8] Pepsi e Coca-Cola sono due prodotti spesso protagonisti di pubblicità comparative in cui il consumatore è portato a valutare un prodotto paragonandolo al prodotto antagonista. Qui (https://youtu.be/pyMTSr8hbow) qualche pubblicità comparativa ideata dalla Pepsi.

[9] Certo, che un’azione sia ritenuta moralmente tollerabile non significa che sia ritenuta un dovere morale ma per i nostri propositi non conta. Ciò che conta è il puro utilitarismo e la pura deontologia che le risposte manifestano, indipendentemente dal fatto che il quesito si riferisca alla tollerabilità morale o al dovere morale.

[10] F. K. Willits e J. Saltiel, Question Order Effects on Subjective Measures of Quality of Life.

[11] C. G. Lord, L. Ross e Mark R. Lepper, Biased Assimilation and Attitude Polarization: The Effects of Prior Theories on Subsequently Considered Evidence.

[12] Potrebbe fare la stessa cosa Cabillo. Quindi, dato l’ordine (ø) < (L, ¬ UG) < (¬ L, UG) < (L + UG), focalizzarsi sul dato (ø) < (L + UG) e tirare le proprie conclusioni tralasciando (L, ¬ UG) < (¬ L, UG).

[13] Cfr. J. R. Carter e M. D. Irons, Are Economists Different, and If So, Why? Un articolo fondamentale su questa tendenza è G. Marwell e R. E. Ames, Economist Free Ride, Does Anyone Else?

[14] È bene notare che l’ipotesi da verificare non deve essere necessariamente legata a certe aspettative. Essa potrebbe anche essere proposta dallo sperimentatore, come accade in alcuni esperimenti proposti da Wason.

[15] Nelle righe dell’articolo già citato How scientists fool themselves – and how they can stop, lo psicologo Jonathan Baron sottolinea come una pletora di esperimenti confermano l’ipotesi per la quale provare sensazioni disgustose (ad esempio, un odore nauseabondo) porti a giudicare più duramente trasgressioni morali rispetto a coloro che esprimono i propri giudizi in condizioni neutre. Ma a nessuno è venuto in mente di considerare spiegazioni alternative e ideare un esperimento per individuare la più ragionevole. Forse, ipotizza Baron, è la rabbia la causa dell’inasprimento dei giudizi, e le sensazioni disgustose sono una fra le possibili fonti di questa: data una fonte di rabbia alternativa è possibile che il fenomeno si presenti ugualmente. Cfr. J.F. Landy, G. P. Goodwin, Does Incidental Disgust Amplify Moral Judgment? A Meta-Analytic Review of Experimental Evidence.

[16] Un esperimento teso a confermare (ø) < (L + UG) potrebbe essere una variante della versione Pepsi vs. Coca in cui le braccia del protagonista sono collegate a degli elettrodi comandati da uno medico a distanza: se il protagonista decidesse di muovere il sinistro (per azionare la leva) il medico azionerebbe gli elettrodi sul braccio destro (con il quale spingerebbe l’uomo grasso) e viceversa.

[17] Il viaggio nel tempo è un semplice escamotage per far sì che il protagonista non conosca, di nessuna persona la cui vita è nelle sue mani, la biografia. Quello fra protagonista e uomo grasso sarebbe allora un legame emotivo non determinato dal valore umano ma piuttosto dalla parentela.

[18] R. Silberzahn e E.L. Uhlmann, Crowdsourced research: Many hands make tight work.

INSEGNARE “BUONA FILOSOFIA” NELLA SCUOLA

fogli-di-filosofia-logo-bigCredo che l’impostazione dell’insegnamento della filosofia nei licei italiani sia in parte inadeguata*. Infatti, porta spesso gli studenti ad almeno tre conclusioni false sulla filosofia e sulla sua storia:

  1. La storia della filosofia è un insieme di tesi antiscientifiche e prive di valore pratico.
  2. Le soluzioni filosofiche sono per lo più poetiche e sentimentali, prive di una struttura logica e argomentativa.
  3. La filosofia è una disciplina “morta”, quindi non produce più risultati.

Se la filosofia fosse come i), ii) e iii) ci dicono che è, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno. Anzi, sarebbe addirittura dannosa. Tuttavia, i), ii) e iii) sono in buona parte false.

Obiezioni a i): i) deriva da una generalizzazione indebita, cioè da un errore logico fondamentale: siccome le tesi x, y e z (che appartengono all’insieme delle opinioni filosofiche) sono così e cosà, inferiamo che tutte le tesi filosofiche siano così e cosà.

Tuttavia, non è possibile inferire da alcune tesi antiscientifiche sostenute da Derrida, Heidegger e Lyotard che tutte le tesi filosofiche siano antiscientifiche. Infatti, basta menzionare filosofi come Leibnitz, Russell e Suppes per mostrare come una parte della filosofia si occupi di problemi molto simili ai problemi scientifici (ad es. il rapporto mente-corpo, uomo-macchina e molti altri). Una delle differenze tra la scienza e la filosofia è che quest’ultima fornisce soluzioni più fondazionali e metodologiche.

In quanto al fatto che i problemi filosofici siano privi di valore pratico, anche questo è vero solo in parte. Dalla  ricerca della chiarezza linguistica, dallo studio di efficaci tecniche argomentative (di cui buona parte della nostra classe dirigente è a digiuno) e dalla costruzione di modelli di comportamento funzionanti e normativi** potrebbe beneficiarne l’interna comunità.

Possibile soluzione #1: presentare problemi di natura generale*** con le soluzioni che le singole discipline (inclusa la filosofia) hanno saputo darne. Potrebbe essere un buon modo di favorire una discussione seria e multidisciplinare.

Possibile soluzione #2: studiare la storia della scienza e delle tecniche per mostrare quanto sia stato influente il contributo della filosofia, ad esempio, nella storia della meccanica classica o delle fondazioni della matematica e della logica.

Obiezioni a ii): anche ii) deriva dallo stesso errore logico di i), una generalizzazione indebita. In questo caso, è sufficiente mostrare almeno un controesempio al fatto che tutta la filosofia sia una disciplina poetica e non logica per confutare ii). Di esempi, tuttavia, ce ne sono moltissimi perché la storia della filosofia è piena di grandi logici (ad es. Aristotele, Kripke e Tarski ) che hanno avanzato tesi filosofiche caratterizzate da grande rigore argomentativo.****

Possibile soluzione #3: studiare le basi delle logiche formali, informali e del ragionamento probabilistico e delle loro applicazioni per risolvere problemi, paradossi filosofici e ragionare con più chiarezza nella vita di ogni giorno.

Obiezioni a iii): in questo caso, è sufficiente un breve confronto con la ricerca filosofica accademica per mostrare che la filosofia non è sterile, ma in continua comunicazione con le scienze per produrre risultati. La filosofia delle scienze cognitive, la filosofia della fisica e la filosofia della logica sono un esempio significativo di questa continua produzione di risultati.

Anche problemi filosofici classici (ad es. il rapporto linguaggio-mondo, uno-molti) sono ben lontani dall’essere risolti una volta per tutte e sono ancora un fecondo tema di ricerca.

Possibile soluzione #4: leggere ed analizzare opere particolarmente significative di filosofia contemporanea, ad esempio: On denoting di Russell, On What There is di Quine, Naming and Necessity di Kripke, Principia Ethica di Moore, Facing up the Problem of Consciousness di Chalmers.

Marino Varricchio

 

* Naturalmente, non si deve mai generalizzare troppo.

** La ricerca della chiarezza linguistica, lo studio delle argomentazioni e la costruzioni di modelli di comportamento funzionanti sono tutti problemi filosofici classici.

*** Ad es. efficacia e limiti del metodo scientifico, validità della nozione di “teoria” e “legge scientifica”.

**** Mi riferisco, in particolare, al sillogismo pratico di Aristotele, alla critica di Kripke alla teoria delle descrizioni definite di Naming and Necessity e alla teoria tarskiana del concetto di verità nelle scienze deduttive.

E’ IL NOSTRO UNIVERSO UNA SIMULAZIONE?

images (1)“Beate le marionette, sospirai -,  su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato. ” Uno strappo nel cielo di carta – Il fu Mattia Pascal

Il Novecento costituisce, dal punto di vista culturale, uno strappo nel cielo di carta intessuto dall’uomo nel corso dei secoli precedenti; è il periodo in cui, più che in ogni altro, si demolisce l’ordine metafisico del mondo in favore del disordine che anima l’essere umano e la mancanza di senso degli eventi quotidiani. In ambito scientifico prendono forma le due teorie più corroborate di sempre, meccanica dei quanti e relatività, le quali segnano una rottura definitiva con le idee di universo deterministico di Newton e Laplace. Malgrado la perdita di diversi tra i capisaldi [1] di quella fisica che da allora sarebbe stata chiamata classica, durante il XX secolo si è rafforzata una convinzione già intuita da tempo [2]: vi è una strana corrispondenza tra il formalismo matematico sviluppato dall’uomo e le dinamiche dei fenomeni fisici, una regolarità troppo spesso verificata per poter essere considerare una correlazione spuria. Il dibattito, di per sé complesso, lungi dall’essere conservato laddove vanno a finire le idee alle quali si è già data risposta, ha portato a diverse teorie, ed una di queste sarà oggetto del presente articolo.

E’ forse l’universo una gigantesca simulazione?

A fronte della stupefacente accuratezza con la quale alcuni concetti matematici fittano con la realtà sperimentale, chiedersi se l’universo non sia una simulazione prodotta da entità a noi superiori in intelletto non è un’idea così peregrina. La complessità del nostro mondo -perlomeno la parte che di esso conosciamo- potrebbe risultare eccessiva per le capacità di una forma di vita a noi simile. In proposito basti pensare che condividiamo oltre il 98% del nostro DNA con gli scimpanzé, sebbene loro non sappiano risolvere neanche equazioni elementari con carta e penna! La complessità è spesso un fenomeno emergente, frutto di poche regole di base e di un alto livello di interconnessione tra i soggetti che ad esse soggiacciono. Un esempio ben noto risiede nelle strutture frattali, i cui dettagli sono asintoticamente infiniti ma la cui creazione ha per base semplici regole ricorsive, o ancora meglio in Life, un automa cellulare che, a partire da 4 semplici regole, presenta evoluzioni imprevedibili. Dispiegando la simulazione su leggi più fondamentali, quali presumo esser quelle dell’universo rispetto a quelle di Life, si può ottenere una grande complessità e noi esseri umani, coscienti di essa e di noi stessi, ne siamo prova.

La possibilità di vivere in un mondo alla Matrix è stata oggetto di dibattito dell’Asimov Memorial Debate, svoltosi il 5 aprile scorso e quest’anno intitolato “Is the Universe a Simulation?”. Invero, l’idea che la realtà in cui viviamo sia una sorta di illusione pare essere ricorrente, sia nello spazio che nel tempo: nella cultura occidentale si pensi al Mito della Caverna di Platone, al fenomeno kantiano in contrapposizione alla cosa in sé, o più in generale al fenomenismo, che è la concezione per cui gli oggetti fisici non esistono in quanto cose in sé, ma solamente come fenomeni percettivi o stimoli sensoriali collocati nel tempo e nello spazio; non mancano, inoltre, richiami nella cultura orientale, come nelle Upanishad indù.

In chiave moderna l’argomento della simulazione è stato formalizzato da Nick Bostrom, filosofo svedese, attualmente direttore del Future of Humanity Institute, che sostiene tale possibilità sia statisticamente rilevante. Le ragioni empiriche per le quali l’ipotesi potrebbe avere validità, a detta di Bostrom, stanno nel seguente ragionamento:

Se è possibile simulare virtualmente interi universi per mezzo di un computer, ipotizzando esseri intelligenti e dotati di coscienza che popolino questi mondi virtuali, allora il [grande, ndr] numero di simulazioni rende estremamente probabile il fatto che noi esseri umani stiamo effettivamente vivendo all’interno di una realtà simulata.

Secondo Bostrom una civiltà avanzata, che disporrebbe di grande potenza di calcolo, potrebbe aver lanciato una simulazione -la nostra realtà- per esaminare i propri antenati -noi stessi- .

Egli afferma che almeno una delle seguenti affermazioni è probabilmente vera:

  1. Nessuna civiltà raggiungerà mai un livello di maturità tecnologica in grado di creare realtà simulate.
  2. Nessuna civiltà che abbia raggiunto uno status tecnologico sufficientemente avanzato produrrà una realtà simulata pur potendolo fare, per una qualsiasi ragione.
  3. Tutti i soggetti con il nostro genere di esperienze stanno vivendo all’interno di una simulazione in atto.

Determinando così il seguente teorema:

“Se si pensa che gli argomenti (1) e (2) siano entrambi probabilisticamente falsi, si dovrebbe allora accettare come altamente probabile la tesi (3).”

I semplici passaggi che seguono, utilizzati da B. per quantificare, seppur brutalmente, le tre affermazioni precedenti NON sono indispensabili per proseguire la lettura e pertanto non debbono scoraggiare il lettore che non abbia dimestichezza con questi strumenti, il quale può passare oltre.

12969363_10206182127207423_92489764_n

Occorre aggiungere che la precedente teoria non presuppone necessariamente vi siano due soli livelli: lo sviluppatore e la pedina, nella simulazione. Avendo tempo a sufficienza, e quel pizzico di fortuna necessaria ad evitare l’estinzione, cosa impedirebbe alla civiltà simulata di sviluppare, a propria volta, delle simulazioni? Una ramificazione ad albero alla base di una “inflazione metafisica” [3] che avvalorerebbe l’alta probabilità dell’ipotesi in discussione.

escher-picture-animated-gif

[aggiungere immagine 1]

La diffusione “ad albero” rende l’idea dell’evoluzione esponenziale che porterebbe ad un’esplosione di simulazioni-in-simulazioni totalizzandone un numero altissimo anche per basi basse. Nell’immagine, per semplicità, ho scelto base 3, il che significa che ogni ramo si tripartisce.

12969331_10206182127167422_1070393983_n

Volendolo scrivere in formule:

12992278_10206182125687385_963771112_n

dove n è la base scelta (qui 3), N è il tetto massimo di step (quante matriosche vi sono l’una dentro l’altra) e k indicizza il tutto, variando dallo step iniziale 0 al N-esimo. Se, anziché n=3, scegliessimo n=1000 (in ogni simulazione si creano 1000 sotto-simulazioni), per k che varia tra 0 e 999 (1000 step), avremmo un numero di simulazioni pari a:

12520513_10206182125767387_1378517713_n

Per darvi un’idea, la stima per eccesso di tutti gli atomi dell’universo conosciuto è pari a 1081.

Postulando la fallibilità degli informatici del futuro (a ragione, visti i loro predecessori, nostri contemporanei), non è esclusa la possibilità di bug, né la possibilità, da parte di esseri intelligenti all’interno della simulazione, di individuare déjà vu, espediente scelto dagli autori di Matrix per contrassegnare bachi, anomalie ed imperfezioni nel codice sorgente.

1457132053_2

Al contrario di quanto la natura pare abbia fatto con noi esseri viventi, favorendo la ridondanza (siamo dotati di più di ciò che ci è necessario per rimanere in vita: 2 polmoni, 2 reni, e fegato a sufficienza, come mostrato da ogni Rock Star!), qualunque sviluppatore persegue l’ottica dell’ottimizzazione per rendere il programma più leggero. Con le parole di Zohreh Davoudi,  fisico del MIT: “Se l’universo fosse una simulazione, vi sarebbero risorse computazionali limitate e pertanto la natura ultima dovrebbe esser discretizzata in un finito set di punti di volume limitato” , la qual cosa potrebbe essere suggerita, a detta di Clara Moskowitz, per American Scientific, da recenti studi sulle anomalie nella distribuzione energetica risultante dalla interazione tra raggi cosmici e pianeta terra. Ne risulterebbe uno spazio-tempo discretizzato. Sarà questo il discriminante decisivo? In altri termini, dimostrando, un giorno, che lo spazio-tempo sia continuo -e pertanto incompatibile con gli spazi limitati della teoria dell’informazione- avremmo dimostrato che l’ipotesi in discussione è falsa? L’idea dell’universo simulato fa digrignare i denti a molti anche per quesiti come questo: dal punto di vista epistemologico, provare la veridicità dell’ipotesi discussa condurrebbe ad un loop irrisolvibile, per il quale qualunque prova a sfavore della simulazione potrebbe essere frutto della simulazione stessa. E non è di certo l’unica obiezione.

12480720_1095026333863733_1580480093_n

Che l’universo sia o meno una simulazione scritta da terzi, come voluto da Bostrom, non cambia di molto il paradigma di fondo: potremmo vivere in un universo computazionale, le cui leggi, assai complicate se guardate ad un certo livello, sarebbero semplici ad un livello più elementare. La congettura dell’universo computazionale, basata sull’idea che la complessità osservabile in Natura sia la manifestazione di proprietà emergenti di un processo di calcolo che si svolgerebbe alla scala spaziotemporale di Planck, è da attribuirsi a personaggi come Zuse, Fredkin, Lloyd e Wolfram, lo stesso ideatore del programma con il quale ho calcolato quel numeraccio qualche riga fa. A quest’ultimo si deve la monumentale, per quanto controversa, opera A New Kind of Science, nella quale quest’ultimo ha studiato l’evoluzione dinamica di diversi automi cellulari (di cui si è parlato in proposito di Life) mostrando come alcuni di essi riescano, in qualche misura, a riprodurre le leggi di natura del nostro universo, con esiti complessi, pur partendo da poche semplici regole di base. Nella maggior parte delle simulazioni non si otterrebbe che l’evoluzione algoritmica di universi inconsistenti, privi di materia, ma in poche, pochissime, si riscontrerebbero delle “singolarità dalle quali prenderebbe forma la materia.

Chissà che un giorno, in uno dei super-computer della Wolfram Research, all’interno di una delle tante simulazioni che girano inesorabilmente alla ricerca di pattern interessanti, non vi sia una singolarità il cui effetto, dopo un certo tempo, sia la produzione di un’entità cosciente di sé e del mondo circostante. Fino ad allora e malgrado Bostrom, costituiamo una rarità statistica del cosmo, una singolarità che produce singolarità, in continua ricerca di uno strappo nel cielo di carta.

[1] Penso, sotto opportune condizioni, alla perdita del determinismo, della non-contestualità, della località.

[2] Idee di cui si ha traccia già dalla Antica Grecia.

[3] [credit] Valerio Nicoletti.

Umberto Rubino

NEUROFILOSOFIA A URBINO

gapTra ieri e oggi a Urbino un bel congresso dal titolo significativo: The neuroscientific turn in philosophy of mind. Organizzato da Gabriele Ferretti, che ha appena concluso il nostro ciclo di dottorato in Scienza della complessità. Presenti personalità di alto profilo nel campo, come Pierre Jacob, Corrado Sinigaglia e Bence Nanay. Qui di seguito riporto il testo delle mie osservazioni conclusive.

I remember that in 1979 on Scientific American an article by Jerry Fodor was published. It presented the functionalist perspective on the mind-body problem. It was the time when this approach was dominant in philosophy of mind. Not only as an ontological perspective, but above all as a research program. But seven years later, in 1986, Patricia Churchland published Neurophilosophy; the blockbuster book which made clear to many philosophers the importance of neurosciences.

With the rising of the new technique of neuroimaging, any philosopher of mind could no longer avoid the impact of these new disciplines.

It is well known that functional models explaining overt behavior are underdetermined with respect to evidence. One typical reaction of functionalist people to neurosciences revolution was the concept of “neurophysiological constrain”. That is among the models able to explain behavior one have to choose that (or those) compatible with physiological data. Functionalist attempted to tame the neuroscientifical revolution. It was not possible. Connectionism and neural networks were the first clear instances of how brain can teach to mind how the latter works.

On the other side functionalism was not able to explain what Chalmers dubbed “the hard problem”, that is qualitative experience. Moreover that the notion of causal connection – the core of functionalism – was too poor for a good scientific explanation became evident.

From an ontological point of view scientific results coming from neurosciences have given new fuel to type-identity theory, which had been abandoned by functionalism in favor of token-identity theory.

On the other hand many philosophers of mind reacted to this revolution establishing alleged no-go arguments against naturalism.

It is not easy to catch the distinction between scientific laws and occasional generalizations. Moreover many neurosciences papers appears as simple reports of correlations between brainimaging results on one side and overt behavior on the other.

I have the feeling that the enormous impact of the discovery of mirror neurons is due also to the clear lawlike character of the neural link between what we see and what we do.

I conclude with the hope of many other discoveries concerning the mindbrain. It is clear that such discoveries will not diminish our sense of wonder in front of the most complex object in the universe.

VF

L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER GIOVANI

White clock with words Time for Change on its face

Da almeno quattro punti di vista l’Italia non è un paese amichevole per i giovani: il mercato del lavoro, il sistema pensionistico, il sistema sanitario, la formazione.

LAVORO. La disoccupazione giovanile è troppo alta fin dagli anni ’70, quando si cominciò a sperimentare il fenomeno dei laureati disoccupati. Negli anni Ottanta si fece strada, grazie al diffondersi del pensiero economico liberista, l’idea che questa anomalia fosse causata dalle eccessive tutele nel mercato del lavoro. I contratti erano considerati troppo rigidi e si diceva che i giovani non venivano assunti per timore di non poterli licenziare. Negli anni Novanta, e soprattutto con il pacchetto del Ministro Treu, concordato con i sindacati, furono introdotte nuove forme di lavoro che interpretavano la flessibilità in chiave di precarietà. L’effetto positivo ci fu, ma fu quello di far emergere in chiaro una larga parte di lavoro nero, anche di immigrati. Non si assistette a una significativa creazione di nuovi posti di lavoro. Si disse allora che tali forme di lavoro precario sarebbero state l’anticamera per questi lavoratori verso impieghi più stabili e meglio retribuiti. In realtà oltre metà dei lavoratori precari sono rimasti intrappolati in varie forme di lavoro prive di garanzie o in false libere professioni per le quali la Partita Iva nasconde un rapporto effettivo di dipendenza con un trasferimento del rischio di impresa dal datore di lavoro al lavoratore. Recenti ricerche hanno dimostrato come il ricorso alla svalutazione dei rapporti di lavoro abbia sostituito la svalutazione del cambio monetario, riducendo gravemente lo stimolo per le imprese a investire sulla innovazione di processo e di prodotto, che è la causa della stagnazione della produttività in Italia negli ultimi venti anni

Sul versante dei rapporti di lavoro una buona proposta era quella di Boeri e Garibaldi di sostituire tutta variegata serie di contratti di lavoro con un unico contratto a tutele crescenti. Nel Jobs Act, invece, il contratto a tutele crescenti, indebolito rispetto alla proposta orginaria, sostituisce solo il vecchio contratto a tempo indeterminato e si affida agli incentivi a pioggia (fino a 8 mila euro all’anno per 3 anni) per rosicchiare la quota maggioritaria dei contratti a tempo determinato che sono pur sempre contratti standard (cioè con ferie e malattia). I contratti non standard, tipici del lavoro precario, potevano essere eliminati tutti, tranne forse i voucher purché ristretti nell’uso. Quello di cui si sentirebbe più necessità è invece un sistema di assicurazione universale contro la povertà e la disoccupazione, sia pure condizionato alla disponibilità a lavorare dei beneficiari come in tutti i paesi europei, rivolto a tutte le figure di lavoro dipendente o indipendente che restano senza reddito. Il sistema deve essere affiancato da un apparato sia pubblico che privato in grado di attivare, tramite assistenza, orientamento e formazione, queste persone sul mercato del lavoro come si fa in Germania. Nei paesi dell’area Euro questo sistema di assicurazione sociale dovrebbe essere finanziato da un fondo comune alimentato da tutti i paesi euro. E’ evidente infatti che la moneta comune ha fortemente beneficato le aree economiche più forti a danno di quelle più deboli che non hanno più modo di svalutare. Una moneta unica priva di un impianto redistributivo tende ad esacerbare le differenze e ad alimentare tensioni e conflitti. L’Euro sopravvive ora grazie al Quantitive Easing di Draghi che però non potrà durare in eterno. Se non si cammina sulla strada della integrazione si intraprenderà quella della disintegrazione.

L’economia italiana, anche quando “drogata” con forti incentivi a pioggia, come successo lo scorso anno con il Jobs Act, in presenza di un declino di investimenti pubblici e privati, non produce nuovi posti di lavoro. L’idea che si potessero creare nuovi posti di lavoro con riforme legislative ed incentivi alle assunzioni per il momento si sta rivelando fallimentare e molto costosa.

PENSIONI. Il sistema pensionistico pubblico ha mosso i primi passi negli anni ’50 quando c’era un pensionato ogni quattro lavoratori. Oggi i lavoratori sono 23 milioni, i pensionati quasi 17 milioni e le prestazioni pensionistiche 22 milioni. Tra pochi anni ogni lavoratore avrà a carico un pensionato.

Il vecchio sistema riconosceva un trattamento del 2% dell’ultimo stipendio per ogni anno di lavoro fino ad un massimo di 40 anni. Uno schema che prescindeva dall’aspettativa di vita (infatti consentiva le cosiddette “pensioni baby”) e favoriva enormemente tutti coloro che riuscivano ad avere grandi progressioni di carriera negli ultimi anni di lavoro. Così dirigenti di ogni risma erano premiati a fine carriera a spese dell’INPS. A molte altre categorie, come artigiani e agricoltori venivano riconosciuti trattamenti molto superiori ai contributi versati. Una decisione forse socialmente giusta ma che avrebbe dovuto essere messa a carico della fiscalità generale anziché delle pensioni degli altri lavoratori. E lo stesso vale per ogni altra categoria, come le forze dell’ordine, per la quale è stato mantenuto un regime speciale, anche dopo la Riforma Fornero. Il sistema era divenuto insostenibile già negli anni ’90 quando il Governo Dini approvò la prima riforma verso un sistema di calcolo basato sui contributi effettivamente versati e l’aspettativa di vita futura. Questi nuovi criteri non furono introdotti per tutti a partire dal quel momento. Questo lo farà solo la Riforma Fornero a partire dal 2012. Nel 1995 fu invece deciso che chi aveva già maturato 18 anni di contributi restava nel vecchio sistema e chi non li aveva passava al nuovo. Una evidente ingiustizia per i non-vecchi. La Riforma Fornero provocò invece ai giovani un altro danno. I dati dimostrano che l’aumento improvviso dell’età minima per accedere alla pensione a 67 anni per tutti, costringendo molte persone, soprattutto donne, a rimanere al lavoro, ha accentuato la difficoltà dei giovani a trovare lavoro.

Negli ultimi mesi il presidente dell’INPS, Boeri, ha fatto i conti e ha lanciato proposte concrete su come utilizzare parte dei soldi che ora vengono erogati a pensioni sopra i 3 mila euro lordi, per la parte non coperta da contributi versati dal lavoratore. Possono servire a dare un aiuto ai 55eeni che, rimasti disoccupati, sono troppo vecchi per trovare lavoro e troppo giovani per andare in pensione. E servirebbero per far andare in pensione, con modeste penalizzazioni, i lavoratori anziani costretti al lavoro dalla Riforma Fornero. Si libererebbero posti e si aprirebbero le porte a personale più aperto alle innovazioni. Invece di rispondere che non spetta all’INPS fare proposte, sarebbe meglio discuterle nel merito.

Dulcis in fundo, l’attuale governo, guidato da un giovane che ha fatto grandi promesse ai giovani, ha fatto una serie di regali che in larga parte li vedono esclusi, come gli 80 euro in busta paga, di cui non beneficia nessuna delle forme contrattuali precarie diffuse tra i giovani, e la riduzione delle tasse sulla prima casa che di solito è di proprietà dei genitori, senza alcuna detrazione per chi paga l’affitto. Il capo del Governo ha ora accennato all’idea di dare 80 euro ai pensionati più poveri senza nemmeno distinguere (come già per gli 80 euro in busta paga) tra chi vive accudito in un contesto familiare e chi deve tirare la carretta da solo. Una ciliegina sulla torta è poi il parziale rimborso dei risparmiatori investiti dal fallimento delle piccole banche locali. Essi dovrebbero essere risarciti a spese di chi li ha truffati, individuando responsabilità civili e penali di chi ha agito in malafede o non ha vigilato. Il Governo invece prepara un provvedimento a carico del contribuente. Non si capisce perché questi sfortunati abbiano più diritto di risarcimento pubblico delle migliaia di sfortunati che a causa della crisi hanno perso il loro lavoro precario, o di coloro che, come artigiani o partite iva, quando sono costretti a chiudere non percepiscono nessun assegno di disoccupazione.  Ricordo di aver udito in televisione la storia di un anziano che si è tolto la vita per aver perso i suoi risparmi, pur avendo una casa di proprietà e una pensione più che dignitosa. Grande emozione per lui nel paese. E per le migliaia di giovani e meno giovani, lavoratori autonomi o parasubordinati che sono rimasti senza nulla e con l’affitto da pagare? Figli di un Dio minore? Si dice che la contrapposizione tra giovani e vecchi sarebbe falsa perché gli anziani aiutano i giovani. Ma chi non ha anziani che lo aiutano? O chi non vuole o non può chiedere aiuto?

SANITA’. Il sistema sanitario è per sua natura alimentato dai giovani, che ne beneficiano pochissimo, e utilizzato dagli anziani, che ne assorbono i ¾ delle risorse. La redistribuzione generazionale prevedrebbe che un domani i giovani che oggi pagano possano beneficiare del sistema che pagheranno i nuovi giovani di domani. Ma poiché la popolazione invecchia i giovani di oggi avranno a carico una popolazione molto larga di anziani. Basti pensare che oggi nascono poco più di mezzo milioni di bambini all’anno mentre cinquant’anni fa erano quasi un milione.  Oltre al debito pubblico già accumulato per finanziare il welfare degli anziani di oggi, si stanno sperimentando tecniche finanziare, come il project financing, che consente di occultare i debiti pubblici in bilanci privati, con costi fissi che peseranno per venti o trent’anni a venire, incidendo gravemente sui costi futuri della spesa sanitaria. Quindi tale pratica sarebbe assolutamente da evitare.

SCUOLA E UNIVERSITA’. Un paese che guarda al futuro può tagliare qualsiasi spesa, tranne gli investimenti in queste voci. Per la scuola l’attuale governo mostra qualche segno di interesse, sia pure non sempre apprezzato da tutti. Sempre il Governo spinge per avviare percorsi di educazione sempre più orientati all’impiego, sulla falsariga del sistema tedesco e in ottemperanza alle normative europee, che su questo sono miopi. C’è un rischio sociale nell’idea di immaginare una educazione come troppo strettamente finalizzata ad esigenze momentanee della produzione espresse da ristrette categorie. Ma comunque non si impone per legge un coordinamento e una visione del comune interesse senza promuovere un cambiamento delle condizioni del sistema di lavoro e di impresa che in Italia sono assai diverse da quelle della Germania.  Inoltre si vorrebbe fare tutto senza spendere niente. Negli ultimi dieci anni l’Università ha visto molti tagli: alle borse di studio, alle prospettive di carriera per i giovani ricercatori e agli investimenti per la didattica e la ricerca. Ogni tanto c’è qualche annuncio spot che fa notizia sui giornali ma non si vede una vera inversione di rotta. I nostri laureati trovano (pochi) lavori dequalificati in Italia (li sottraggono ai diplomati, e questo spiega la loro migliore perfomance nelle statistiche) e più qualificati all’estero. Esportiamo manodopera che si è qualificata  spese dello Stato Italiano. Questo testimonia il fatto che in mancanza di investimenti pubblici e privati, con una prevalenza di piccole imprese, è inutile formare generazioni di ingegneri o informatici.

La mancanza di politiche industriali non è dovuta alla mancanza di soldi pubblici. Gli 80 euro in busta paga costano 10 miliardi all’anno e gli incentivi a pioggia del Jobs Act costeranno una quindicina di miliardi nel triennio. La nuova esenzione delle tasse sulla casa almeno altri 2 miliardi all’anno. Questa mancanza è dovuta al deficit di coraggio e di idee di chi governa. E’ una grave lacuna nel Centro-Nord ma diventa drammatica al Sud che con la crisi ha visto ridursi gli investimenti e i trasferimenti dello Stato in misura più che proporzionale rispetto al Nord.

Una assicurazione base contro la povertà (che si chiami Reddito di Cittadinanza o in altro modo) si può attivare con 7 miliardi all’anno e sono soldi che alimenterebbero solo  i consumi e non il risparmio (a quello pensa la BCE) perciò sarebbero utili all’economia. Quello che resta dei 10 miliardi all’anno e i 15 miliardi di incentivi del  Jobs Act potrebbero essere utilizzati per politiche di incentivi mirati alle imprese che innovano, che si fondono, che fanno accordi per l’innovazione, o per la proiezione congiunta su nuovi mercati, o per assumere nuovo personale e magari per la formazione, insieme con gli enti educativi, di figure professionali particolari, maturate anche con soggiorni all’estero. Infine si possono attivare meccanismi di garanzia per finanziamenti agevolati alle start up dei giovani. E dobbiamo rilanciare la ricerca in settori nei quali abbiamo punti di forza.

Premesso che il Sud ha diritto a recuperare rispetto ai tagli alla spesa in educazione e sanità che lo hanno penalizzato più del Nord. Questo recupero dovrebbe essere condizionato ad una politica talebana di ripristino della legalità. Non si tratta solo di investire soldi nella repressione, ma di penalizzare le carriere e le persone che vengono a qualsiasi titolo giudicate complici di sprechi e malversazioni, commissariando gli enti di appartenenza, e introducendo meccanismi economicamente punitivi per ogni persona o ente che sia coinvolto in questi fatti. L’illegalità e la corruzione sono infatti il primo fattore di sottosviluppo del Mezzogiorno. Il problema è che tutto il paese, in misure diverse, è attanagliato dal problema della mancanza di rispetto delle leggi, della corruzione e dell’evasione fiscale. Una seria riforma della giustizia, non appaltata alla lobby degli avvocati come è stato fatto l’anno scorso, e soprattutto della giustizia civile, che sia capace di dare rapidità e certezza alla applicazione del diritto sarebbe un attrattore di investimenti esteri molto più efficace di dieci Jobs Act. Su questo tutti gli studi concordano. Ma bisogna trovare chi, in una classe dirigente pubblica e privata, finora selezionata con questi incentivi, abbia davvero la volontà e la forza di farla.

Nicola Giannelli

 

 

FERMARE LE TRIVELLE CHE DISTRUGGONO LA RAZIONALITA’

Referendum-sì-o-noIl 17 aprile si vota sulle famose trivelle. In buona sostanza il quesito referendario chiede se le 21 piattaforme che operano entro le 12 miglia nei mari italiani debbano essere chiuse al termine della loro licenza, o se possono chiedere il rinnovo della licenza di estrazione di petrolio e gas.

Molto probabilmente come al solito non si raggiungerà il quorum, per cui il quesito referendario si risolverà in un nulla di fatto.

Non ho un’opinione chiara sulla questione che è molto difficile da valutare, essendo tecnica e di portata limitata.

Tuttavia ragionare è un’attività basata su regole condivise ed efficaci. Perciò possiamo provare a valutare, invece, un volantino che oggi circola molto e si può scaricare qui.

Secondo il testo[1] ci sarebbero 7 ragioni per votare SI’:

1. Il tempo delle fonti fossili è scaduto: in Italia il nostro Governo deve investire da subito su un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico, già affermato nei Paesi più avanzati del nostro Pianeta.

La prima affermazione è un po’ esagerata, ma certamente almeno in parte vera. La seconda è indubbiamente vera. Non è chiaro però perché da queste asserzioni conseguirebbe che non si devono rinnovare le licenze, visto che non si tratta di NUOVE piattaforme, né di investimenti statali nel settore.

2. Le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio i nostri mari e non danno alcun beneficio durevole al Paese. Tutte le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico, e quelle di gas appena 6 mesi.

La prima affermazione è un po’ esagerata, ma in parte vera. Che trovare dell’ulteriore petrolio o gas non dia alcun beneficio al Paese è invece discutibile. Sulla quantità infine non ho dati per valutare l’affermazione. Quello di cui invece sono sicuro, di nuovo, è che l’estensione delle licenze non ha nulla a che fare con queste tre affermazioni.

3 L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante, con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. Anche le fasi di ricerca che utilizzano la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), hanno effetti devastanti per l’habitat e la fauna marina.

La seconda affermazioni riguarda le ricerche di idrocarburi, per cui di nuovo è del tutto irrilevante rispetto al quesito referendario. La prima parte invece è il nocciolo del problema. Se estrarre idrocarburi è inquinante e ha un impatto grave sull’ambiente, NON IN GENERALE, ma per le 21 piattaforme di cui si occupa il quesito e se tale impatto sopravanza gli eventuali benefici dell’estrazione, questo sarebbe il vero problema!

4 In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e l’intervento umano pressoché inutile. Lo conferma l’incidente del 2010 avvenuto nel Golfo del Messico alla piattaforma Deepwater Horizon che ha provocato il più grave inquinamento da petrolio mai registrato nelle acque degli Stati Uniti.

La premessa è ragionevole, ma l’incidente Deepwater Horizon non era in una mare chiuso come il Mediterraneo, quindi che cosa c’entra? Più utile sarebbe stata una statistica sugli incidenti nelle piattaforme, che giustificasse la significativa probabilità che avvengano.

5 Trivellare il nostro mare è un affare per i soli petrolieri, che in Italia trovano condizioni economiche tra le più vantaggiose al mondo. Il “petrolio” degli italiani è ben altro: bellezza, turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energie alternative.

Sulla prima affermazione non ho idea. Non so se le licenze italiane sono più convenienti che in altri luoghi. Vorrei vedere i dati, ma ne dubito fortemente. Sul fatto che il “petrolio” degli italiani sia la pesca, la bellezza ecc. sono in totale disaccordo. L’Italia è stata per tre secoli un’economia basata su quelle cose lì da metà del Seicento a metà del Novecento. Ed era uno dei paesi più poveri del mondo. Invece in pochi decenni nel secondo dopoguerra è arrivata a essere una delle economie più competitive del mondo grazie alla manifattura, anche a contenuto altamente tecnologico. In questi ultimi venti anni stiamo progressivamente tornando verso l’Italia luogo dove si vedono belle antichità e si mangia bene. I risultati economici di questa scelta degli italiani sono evidenti a tutti! Certo il testo parla anche di “innovazione industriale”, ma la mette quasi all’ultimo posto, mentre dovrebbe stare ancor prima del primo.

6. Oggi l’Italia produce più del 40% della sua energia elettrica da fonti rinnovabili, con 80mila addetti tra diretti e indiretti, e una ricaduta economica di 6 miliardi di euro.

Qui il gioco si fa sporco. Il 40% dell’energia elettrica…. ma l’energia elettrica è una parte minima dell’energia utilizzata dagli italiani. E comunque, mica il referendum ci chiede di abolire questa produzione!

7 Alla Conferenza ONU sul Clima tenutasi a Parigi lo scorso dicembre, l’Italia – insieme con altri 194 paesi – ha sottoscritto uno storico impegno a contenere la febbre della Terra entro 1,5 gradi centigradi, perseguendo con chiarezza e decisione l’abbandono dell’utilizzo delle fonti fossili. Fermare le trivelle vuol dire essere coerenti con questo impegno.

Fermare le trivelle non vuol dire diminuire il consumo di idrocarburi, ma eventualmente diminuirne la produzione. Diminuire il consumo e decelerare l’effetto serra è una priorità assoluta, ma di certo non si ottiene vietando il rinnovo delle licenze, bensì favorendo il risparmio, aumentando l’efficienza tecnologica e trovando fonti alternative.

Per concludere: ripeto non ho le idee chiare su come si debba votare a questo referendum. Ho però le idee chiarissime sul fatto che chi ha scritto questi argomenti o è in cattiva fede oppure è un pessimo ragionatore. Forse non gli farebbe male studiare un po’ di filosofia.

Vincenzo Fano

[1] Ringrazio Mario Alai, che mi ha segnalato il testo: una vera e propria miniera per un corso sulle fallacie argomentative!

PER PUTNAM I VALORI SONO NEI FATTI

ISxz1dedhsm6tv0000000000Come si sa le prime, vere prove della correttezza del sistema copernicano vennero offerte soltanto due secoli dopo la morte di Galileo (con la determinazione della parallasse stellare, il pendolo di Léon Foucault e la scoperta dell’effetto di Coriolis). Certo, è vero che il grande scienziato pisano offrì nella quarta giornata del Dialogo una presunta prova della verità dell’astronomia eliocentrica, ovvero il famoso argomento delle maree. È importante notare, però, che tale argomento – oltre ad essere scorretto (come mostrò Newton) – fu effetto dell’acquisita fede copernicana di Galileo e non sua causa. Ma se le cose stanno così, dobbiamo concludere che l’adesione galileiana al copernicanesimo non dipese da argomenti conclusivi (o presunti tali), ma da considerazioni di altro genere. Un famoso passo dalla terza giornata del Dialogo, in Galileo mette in bocca a Salviati una descrizione teratologica dell’universo tolemaico (con i suoi innumerevoli epicicli, i deferenti, i moti retrogradi ecc.), ci illumina in proposito:

Un mostro ed una chimera composta di membra tra di loro sproporzionatissime e del tutto incompatibili, sì che, quantunque si sodisfacesse alla parte dell’astronomo puro calcolatore, non però ci era la sodisfazione e quiete dell’astronomo filosofo. E perché [Copernico] molto ben intendeva, che se con assunti falsi in natura si potevan salvar le apparenze celesti, molto meglio ciò si sarebber potuto ottenere dalle vere supposizioni.

Dal punto di vista estetico e razionale, insomma, il geocentrismo tolemaico – così arzigogolato, così poco unitario – era tanto ripugnante (“un mostro e una chimera”) che non si poteva non preferirgli il semplicissimo ed elegante sistema copernicano. Certo, il geocentrismo poteva servire a “salvare i fenomeni” (dal punto di vista strumentale, l’ipotesi geocentrica era infatti equivalente a quella eliocentrica, in quanto permetteva di predire altrettanto bene i fenomeni astronomici), ma secondo Galileo esso non poteva rappresentare la realtà: non poteva cioè offrire una vera descrizione della struttura dei moti celesti. È importante notare come la semplicità e l’eleganza – che il sistema di Copernico, al contrario di quello di Tolomeo, esibiva – erano per Galileo segni sicuri di verità: “che la natura […] per comun consenso, non opera con l’intervento di molte cose quel che si può fare col mezo di poche” (Dialogo, 145). Pare dunque molto ragionevole concludere che l’astronomia moderna si affermò, almeno all’inizio, sulla base di giudizi di valore di carattere epistemico (essa era più semplice e più elegante della teoria alternativa), più che su giudizi strettamente fattuali.

Nel suo attacco alla dicotomia fatti-valori, Hilary Putnam considera un altro esempio: quello dell’affermazione della teoria della relatività generale di Einstein, la quale venne accettata dalla comunità scientifica ben prima di essere corroborata empiricamente (a danno di una teoria predittivamente equivalente, che era stata proposta da Whitehead). Così, mostra Putnam, l’affermazione della teoria einsteiniana – al pari di quanto accadde con l’astronomia copernicana – fu dovuto a valutazioni di “ragionevolezza epistemica” (la comunità giudicò quella teoria più semplice, più elegante e così via, rispetto alla teoria alternativa). E in realtà, sostiene Putnam, la storia della scienza è costellata da episodi di questo genere: il ruolo giocato dalle valutazioni epistemiche – che assumono che la coerenza, la plausibilità, la semplicità, l’eleganza, la bellezza delle teorie in competizione – è, in questo senso, assolutamente fondamentale. Esse servono infatti a determinare quanto sia per noi ragionevole accettare  una certa teoria rispetto alle teorie concorrenti ovvero quanto siamo giustificati nell’ipotizzare che essa sia vera: le valutazioni epistemiche hanno dunque carattere intrinsecamente normativo. Il ruolo delle valutazioni epistemiche è dunque essenziale nella dinamica scientifica (nonostante che esso sia stato passato sotto silenzio da molti dei filosofi della scienza del Novecento); inoltre, nota Putnam, nessuno ha mai mostrato come i giudizi valutativi di questo genere possano essere ridotti a giudizi non valutativi.

Putnam dunque concorda con i maestri del pragmatismo, in particolare con Peirce e Dewey, secondo i quali la scienza presuppone i valori: in particolare, come si è detto, i valori epistemici. D’altra parte, afferma Putnam, i valori epistemici sono valori a pieno titolo. Infatti a suo giudizio sarebbe errato tentare di argomentare che tali valori siano costitutivamente diversi – ovvero, metafisicamente più accettabili – dei valori etici. Contro i valori epistemici, infatti, si potrebbero in linea di principio muovere le stesse obiezioni, tanto canoniche quanto dogmatiche, solitamente mosse contro i valori etici: per esempio, l’obiezione di inaccettabilità ontologica, tipicamente avanzata dai naturalisti scientifici contemporanei (i quali, secondo Putnam, hanno un vero e proprio “orrore della normatività”).

In una parola, per Putnam i valori vanno trattati tutti allo stesso modo: se si rifiutano i valori etici, si devono rifiutare anche quelli epistemici; ma se così facessimo, dovremmo rifiutare di attribuire oggettività anche ai giudizi delle teorie scientifiche, dato che – come detto – queste presuppongono ineliminabilmente i giudizi di valore. Ma, ovviamente, la soluzione auspicabile è un’altra: occorre cioè ampliare la nostra nozione di oggettività, in modo che essa possa inglobare, oltre ai giudizi che esprimono descrizioni, anche quelli che esprimono valutazioni – sia epistemiche sia etiche.

In questo modo, Putnam ritiene di aver confutato i filosofi che, come Bernard Williams, distinguono recisamente tra i giudizi di fatto propri della scienza, che sarebbero dotati di oggettività (e, anzi, in linea di principio possono restituire la “concezione assoluta del mondo”), e i giudizi valutativi, la cui validità sarebbe invece relativa al punto di vista e alla cultura del soggetto che li esprime. Secondo Putnam, questa distinzione è retaggio di un obsoleto realismo metafisico di stampo ottocentesco, mentre, in realtà, i giudizi di valore sono inestricabilmente (olisticamente) connessi ai giudizi di fatto anche all’interno delle teorie scientifiche. Williams è dunque criticato da Putnam per aver conservato la distinzione tra giudizi di fatto e giudizi di valore. Sorte migliore non tocca a Jürgen Habermas che, per ragioni simili viene addirittura accusato di cripto-positivismo in quanto si rifiuta di riconoscere oggettività ai giudizi di valori, nonostante riconosca – molto giustamente, secondo Putnam – l’oggettività delle norme che sovraintendono all’agire comunicativo.

Riassumendo: tra fatti e valori c’è ovviamente una distinzione concettuale, secondo Putnam, ma non c’è  una dicotomia ontologica. Perché quando parliamo di fatti c’è sempre qualche valore epistemico sullo sfondo del nostro discorso; e perché (con buona pace dei platonici). non esistono valori che non siano percebili soltanto a partire dai fatti.

Mario De Caro